Questa è l’America: intervista a Francesco Costa
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Davanti a una merenda a base di caffè americano e amaretti milanesi ho incontrato Francesco Costa, giornalista, vicedirettore de Il Post, autore del seguitissimo podcast Da Costa a Costa e del libro Questa è l’America, uscito per Mondadori.
Ci siamo tuffati in un fiume di parole che ci ha trasportati immediatamente nel mondo emotivo a stelle e strisce, con la lucidità necessaria per non esserne travolti.
Se il tuo lavoro fosse una città
Proviamo a creare una metafora per questa intervista, come se il tuo lavoro, il tuo progetto e tutto ciò che ti rappresenta fossero una città. Quali sono i punti di interesse, gli imperdibili, i top che troviamo sulla tua guida?
In realtà il lavoro che faccio sull’America non è la mia città, ma è come se fosse la città in cui ho la casa di villeggiatura. Da Costa a Costa non fa parte del mio lavoro quotidiano a Il Post, dove dalle 7 alle 18.30 mi occupo soprattutto di gestione, coordinamento e decisioni editoriali.
Scrivere, però, è il motivo per cui volevo fare questo mestiere. Da un lato ho sentito la necessità di tornare alla scrittura, dall’altro di non perdere il legame con l’America. Sono stato “catturato” da Obama tra il 2007 e il 2008 e da lì ho iniziato a studiare, leggere, guardare film e serie, viaggiare negli Stati Uniti.
Con il lavoro al giornale non riuscivo più a seguire l’America come volevo: era come fuggire dalla città principale e costruirmi una casa in campagna, un luogo in cui fare solo ciò che desideravo, senza capi, per poter sbagliare e sperimentare.
La newsletter è stata il primo mattone, poi è arrivato il podcast. Ogni settimana entro nella casella di posta delle persone, in uno spazio intimo: se rispondono, rispondo davvero. È anche questo il segreto della comunità che si è creata intorno al progetto.
Il podcast è nato grazie all’intuizione di Carlo Annese. Riascoltando oggi le prime puntate mi imbarazzo: non ho mai studiato dizione, vengo dalla Sicilia, vivo a Milano, sono sempre un po’ “in trasferta”. Ma ho imparato facendolo, prima che diventasse un fenomeno.
Manutenzione della città
Come gestisci la manutenzione inevitabile che un progetto così articolato richiede?
In parte sperimentando cose nuove, come Instagram, per dare energia a me e a chi mi segue. Poi c’è il lavoro costante di aggiornamento: leggere, viaggiare, tenere le antenne dritte per capire se qualcosa sta cambiando. È la parte più bella del lavoro, ma spesso viene schiacciata dalle incombenze tecniche e organizzative.
Le fondamenta
Quali sono le fondamenta della tua città?
Sono entrato dall’America attraverso la politica, ma il vero salto è avvenuto grazie alla storia contemporanea. Non sono mai stato attratto dal passato antico: con l’America è più facile, perché il loro passato è recente, comprensibile, collegato al presente.
Studiare la Guerra di Secessione, Lincoln, il West mi ha fatto superare il mio pregiudizio verso il “vecchio”. Quegli strati oggi fanno parte di me, anche se li considero più quando parlo dell’America che dell’Italia.
Scrittura, podcast e incontri
Come ti senti quando scrivi e progetti?
Scrivere per me è faticoso. Questo libro è stato scritto dalle 5 alle 7 del mattino, prima del lavoro, e nei weekend: ho visto tutte le albe dell’estate. La soddisfazione arriva dopo, quando rileggo e mi piace.
Con il podcast mi sento più sicuro, ho fatto più strada. Ma la gratificazione più grande è incontrare le persone dal vivo. Tra il 2016 e il 2017 ho fatto 50-60 incontri in giro per l’Italia: non ho mai ricevuto una domanda banale. La comunità che si è creata è curiosa, viva, ed è questo che ripaga tutta la fatica.
E poi c’è l’America: prima di partire ho sempre paura, poi quando parto tutto svanisce e sono felice, pieno di energia.
L’America che fa male
Racconto un’esperienza personale negli Stati Uniti, fatta di povertà, solitudine e spaesamento, che mi ha costretta a cambiare punto di vista.
Capisco e condivido. Ci sono luoghi in America davvero devastati. Puoi cercare di osservarli con distacco, ma ne sarai sempre colpito. Detroit, Flint, il Michigan: posti che ti fanno sentire piccolo e impotente. In un momento di sconforto, proprio lì, ho deciso di prepararmi meglio per i viaggi successivi, studiando, immaginando, costruendo contesto.
I quattro punti cardinali
Se dovessi descrivere il tuo rapporto con l’America secondo i quattro assi del blog – incroci, percorsi, luoghi, volti – cosa sceglieresti?
- Incrocio: San Francisco, città delle contraddizioni estreme.
- Percorso: il confine tra Texas e Messico, bellissimo e pericoloso, che racconta molto dell’America.
- Luogo: New York, un faro che ti sprona e ti toglie alibi.
- Volto: Barack Obama, per motivi profondamente personali. Ha accompagnato la mia crescita umana e professionale; essere lì nel 2016, con Da Costa a Costa, ha chiuso un cerchio.
Il souvenir
Che souvenir portiamo a casa da questa città?
La curiosità. Qualcosa che apra un altro link, un’altra strada: una lente di ingrandimento, un giornale, un libro.
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