Questo è un blog di psicologia e le questioni botaniche urbane non dovrebbero farne parte, me ne rendo conto. Ma poiché stiamo parlando di Milano e di un tema che ha smosso la coscienza delle masse, mi sento chiamata in causa.
Complice la scelta di una sala cinematografica in via Torino, venerdì sera, dopo la proiezione del film, ho deciso di allungare il percorso per guardare con i miei occhi la “pietra dello scandalo”, finora osservata solo online.
Sono perfettamente consapevole che Piazza Duomo, di sera, sia particolarmente suggestiva e che la visione d’insieme giochi a favore degli elementi che la compongono. E so anche che la mia predisposizione positiva verso le novità abbia influito sulla percezione del momento.
Ma devo ammetterlo: sono rimasta affascinata.
Non tanto dalle foglie o dai tronchi delle palme, né dal contrasto tra l’architettura storica e un tocco di verde esotico. Ciò che mi ha colpita è stata la potenza comunicativa delle diverse interpretazioni che questo semplice “oggetto” ha generato.
Da giorni, sui social e sui media, scorrono commenti e posizioni opposte; lo stesso sindaco Sala ha espresso perplessità su Instagram. A ciò si aggiungono meme e lavori grafici ironici che rinominano la città “Milano Vice” o tingono di rosso le guglie del Duomo richiamando il punteruolo rosso.
Una mobilitazione che fa sorridere e, in un certo senso, mostra un rinnovato senso di partecipazione al proprio spazio pubblico.
Fino a quando non si oltrepassa il limite, scivolando nella strumentalizzazione del fatto, riconducibile a concetti come pregiudizio, appartenenza al gruppo e profezia che si autoavvera.
Basta accedere alla pagina Facebook del Comune di Milano e leggere per cinque minuti i commenti sotto al post dedicato alla notizia: si incontrano insulti, discriminazioni legate non solo alla provenienza geografica, ma persino alla tutela della flora nostrana.
Non ho competenze per giudicare le tecniche di coltivazione di palme e banani, né posso valutare se la loro collocazione sia corretta.
Posso però affermare con certezza che i miei diritti di cittadina non sono stati lesi.
Al massimo potrei esprimere un giudizio estetico — bello o brutto — ma non certo una valutazione politica su un’iniziativa totalmente privata, finanziata da Starbucks, che non ha richiesto alcun contributo economico al Comune.
Nel pomeriggio di sabato alcuni esponenti della Lega Nord hanno distribuito banane ai passanti; Casapound ha esposto uno striscione contro “l’africanizzazione della città”.
Non sono mancati gli scandali, né le manifestazioni di odio e pregiudizio di chi, troppo incline alle semplificazioni, finisce per cadere nella manipolazione comunicativa.
Quando una persona si sente poco riconosciuta nei propri bisogni, impotente davanti alla realtà che vive, trova più semplice riversare il proprio malessere sull’altro, rafforzare la divisione noi/loro e collegare fatti esterni alla propria frustrazione personale.
E questa non è una dinamica che riguarda solo le grandi questioni politiche: anche nelle piccole cose prevale spesso una visione riduzionistica, assoluta, centrata sul proprio punto di vista.
Nei commenti visti online, infatti, gli attacchi non provenivano solo da milanesi verso gli stranieri, ma anche da altri italiani verso i milanesi stessi, accusati di non desiderare altro oltre nebbia e lavoro.
A peggiorare il clima, nelle ore successive si è verificato anche un piccolo incendio che ha danneggiato alcune palme: un gesto impulsivo, più rivelatore della fragilità emotiva di chi l’ha compiuto che della questione in sé.
Resto curiosa di vedere come evolverà la vicenda e quali dinamiche di appartenenza e pregiudizio emergeranno.
Nel frattempo presterò maggiore attenzione ai giardini cittadini, dove la tanto discussa palma è presente da decenni, per capire dove sia davvero l’incongruenza.
E poi, a ben pensarci, nel giardino della mia casa d’infanzia una palma c’è sempre stata.
E nessuno, allora, ha mai sottolineato il contrasto con l’inquinamento acustico del vicino aeroporto…
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