FRANKENSTEIN di Guillermo Del Toro: una mostruosa relazione d’amore
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Quando ero una bambina credevo erroneamente che il nome Frankenstein fosse proprio della creatura mostruosa e che rappresentasse il cattivo della situazione, nella mia testa ancorata ai dettagli di giganteschi bulloni nel cranio e pesantissimi anfibi neri che costituivano la divisa delle feste di carnevale di alcuni amici dell’epoca.
Forse questo scambio di identità o meglio questa fusione delle due non è troppo lontana da ciò che emerge quando si osserva con sguardo clinico la relazione tra il dr. Frankenstein e ciò che, con meticolosa cura e impegno nonché post-traumatica ineluttabilità, è stato in grado di generare.
Questo è ciò che ho pensato per tutta la durata del film di Guillermo del Toro, presentato a Venezia a settembre e ora disponibile anche su Netflix.
Ho amato moltissimo la complessità dell’opera, dalla bellezza lugubre e fuori dagli schemi di Oscar Isaac e Jacob Elordi nei panni dei due protagonisti, alla fedeltà alla trama del libro per buona parte della pellicola, alla fotografia luminosa e cupa allo stesso tempo fino alle scelte del regista sul finale e sulle linee narrative di alcuni personaggi.
Quando Mary Shelley scrisse il suo romanzo aveva 19 anni, un bisogno impellente di fare i conti con un lutto perinatale e una necessità di sfidare l’idea di morte, anche solo per sublimazione, attraverso il racconto di una storia, nata per caso in una gara di scrittura con amici e parenti.
Questa stessa storia, oggi, ritorna protagonista coinvolgendoci in una relazione basata sulla dualità tra vicino e lontano, bisogno e desiderio, amore e rifiuto.
La malvagità non sta nell’oggetto creato che origina da storie pregresse di corruzione, delinquenza, spregiudicatezza dei cadaveri di cui è composto, ma da quel bisogno di andare oltre il possibile, di tendere all’infinito attraverso un miracolo della scienza che si trasforma in incubo delle emozioni.
Del Toro mette l’accento sul bisogno dell’umano di vicinanza e di similitudine, di ricerca di sé attraverso la conoscenza dell’altro e, soprattutto, del grande motore del film, l’amore.
La creatura parla, ragiona, sente.
Il suo creatore rifiuta, allontana, delude.
Non c’è spazio per la quiete, non è più il tempo della curiosità e dell’osservazione, ma della presenza e delle decisioni.
Siamo spettatori di pratiche crudeli, di una tensione verso il potere e l’affermazione scientifica che si trasforma in corporeità, sangue, viscere umane e animali, organi esposti, pelle che non sembra essere strutturata per proteggere il mondo interno.
I costumi e gli arredi sono strabilianti, l’atmosfera horror superlativa, la verticalità dei luoghi in cui il film è ambientato urla al cielo il bisogno di raggiungere l’onnipotenza. Al contempo le distese infinite di ghiacci polari contrastano il buio con l’aurora boreale che disegna il profilo della creatura quando, incombente e dannata, cerca pace per sé.
Ecco, potremmo chiederci come fare a trovare quiete e riconciliazione in una storia che nasce dal bisogno di riparare un dolore come la morte della madre e crea le condizioni per generare solo disperazione.
Quella creatura così delicata ed emotivamente plasmabile, nonostante la ferocia di cui è capace, ha molto da dire a tutti noi.
“Il giorno si trascina anche se le tempeste bloccano il sole, così come il cuore si spezzerà, ma continuerà a vivere anche da spezzato”.
Lord Byron
