Ho registrato la fine della lettura di questo libro su Goodreads all’inizio di agosto, ma è da allora che mi chiedo se sia un libro da leggere, da leggere e raccontare o da leggere e lasciare agire sottopelle.
Su di me ha avuto un effetto immediatamente chiaro: il dolore del protagonista, che coincide con l’autore dando vita a una sorta di memoir a tratti romanzato, è stato da subito il dolore di un paziente. Non ci sono state mezze misure, non l’ho percepito come strategia editoriale per rendesse tutto sì verosimile, ma comunque sbilanciato verso l’eccesso per puro fine narrativo.
La patologia psichiatrica, il tono depressivo, il disturbo bipolare, i nuclei ossessivi, i dettagli minuziosi dell’infanzia alla mercè dell’ambiente esterno sono stati registrati dalla mia mente come appunti e note in una cartella clinica immaginaria.
E’ scattato un meccanismo di protezione clinica e di assunzione di responsabilità che mi ha lasciata sgomenta, che ha affondato nella dimensione più profonda della relazione che si instaura tra una persona che sta male, che soffre, che è dilaniata dal non equilibrio psichico e un altro essere umano chi quello sbilico sceglie di accoglierlo e curarlo.
Non lavoro quando leggo, non curo i protagonisti, non sono la terapeuta nelle pagine.
Eppure sono stata in grado di guardare questa storia solo con gli occhi dell’adulta che ha un mandato clinico, sanitario, etico.
Alcide Pierantozzi usa la perfezione come strumento di comunicazione e si trova a scegliere lessico e sintassi torturando se stesso attraverso la lingua italiana.
Noi lo percepiamo come eccellente, lui si dilania e si cura allo stesso tempo mentre decide che quel vocabolo sia finalmente affidabile.
Sembra ingannare il lettore e l’essere umano in generale raccontando in prima persona il trauma e la psicopatologia eppure mantenendo un alto funzionamento espresso con talento e capacità di stare in una griglia fornita da una casa editrice, di collaborare con un editor, di partecipare alle dinamiche stressanti della pubblicazione di un libro.
La maggior parte delle persone non sa distinguere tra la disabilità psichica e quella intellettiva. Io scrivo libri, scrivo sui giornali, sono altrettanto maniacale nell'onorare gli impegni lavorativi, nel seguire la scena letteraria, nel rispettare i miei amici. Io sono generoso perché so che da un momento all'altro potrei avere bisogno degli altri. Eppure non riesco a essere altrettanto disciplinato nell'essere “io”, e ogni episodio in cui la malattia si rivela viene visto dagli altri come un sopruso. Quasi pretendessero, data la mia presunta intelligenza, uno sforzo in più per non essere matto.
Alcide Pierantozzi
A lungo mi sono chiesta se fosse giusto, ma soprattutto tutelante per l’autore questa esposizione, il racconto di tutto il privato, anche quello più intimo e torbido, le recensioni dei lettori, quindi anche la mia.
Ho provato disagio e ho pensato che richiedesse cura e protezione. Che quel bambino nel cortile dei nonni chiamato a sgozzare gli animali da cortile non meritasse ancora la pubblica esposizione senza confini controllabili.
Mi sono data del tempo, ho lasciato sedimentare la preoccupazione della professionista e sono tornata nei panni della lettrice.
Del resto è questo che Pierantozzi ci chiede: essere in grado di tollerare quello sbilico generato da ciò che non torna, che non si regola in automatico, che si tinge di scuro quando proviamo a farci affidamento.
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