Finestre di Manhattan, luci sfavillanti del Chrysler Building, vociare di donne in pausa pranzo sulle avenues. Questa è l’atmosfera di un libro intenso, profondo, molto più del semplice focus sul tema madre-figlia. È un fluire di eventi infantili, di traumi vissuti e, come spesso accade, lasciati riemergere attraverso l’incontro con l’altro. È la ricerca di figure positive, di uomini a cui chiedere spesso solo una carezza e una dose di premure mai ricevute. Nel riavvicinarsi dopo anni l’una all’altra, madre e figlia propongono al lettore le caratteristiche della loro relazione: i sensi di colpa, le difese normalizzanti, il bisogno disperato di affetto e cura, l’incapacità di assumere punti di vista diversi dal proprio.
‘Mi chiamo Lucy Barton’ e’ il bisogno di definirsi di ogni persona che non ha conosciuto l’amore necessario per farlo.
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