Baby miss, sfilate e concorsi di bellezza
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Recensione di Bellissime di Flavia Piccinni (Fandango Libri)
Sono stata una classica bambina degli anni ’80, cresciuta a suon di Magica Emi, Georgie, Lovely Sara e persa nell’incanto di Barbie polvere di stelle (per la verità amavo il suo guardaroba molto più delle sue forme fisiche).
Sono stata anche una ragazzina degli anni ’80 nel comportamento, spesso etichettata dagli adulti come “maschiaccio”: sognavo di correre senza fine sul campo di Holly e Benji, sudando e trasgredendo le regole esattamente come facevano quasi tutti i protagonisti maschili delle serie animate di quel periodo.
Queste due anime, apparentemente in contrasto, producevano in realtà un effetto allora diffusissimo: l’idea che l’indole vivace e poco aggraziata delle bambine potesse – e dovesse – essere “domata” attraverso modelli femminili proposti dai cartoni animati.
Un concetto banale e largamente accettato allora, oggi molto più discusso e temuto, in un momento storico in cui si tenta (con fatica) di restituire uguaglianza e rispetto al mondo femminile. Essere definite “maschiaccio” equivale oggi, semplicemente, a sentirsi comode nei propri abiti e nella propria postura.
Quante bambine si sono riconosciute in queste caratteristiche?
A quante bambine – oggi donne – è stato davvero concesso di esprimersi in questo modo?
Negli ultimi anni si è parlato molto di indipendenza femminile, di ruolo della donna nella famiglia, di stereotipi di genere e delle battaglie culturali che ne sono derivate. Numerosi volumi e ricerche scientifiche, anche in ambito psicologico, hanno approfondito l’impatto della cultura e dell’influenza sociale sullo sviluppo dei bambini.
In questo contesto si inserisce il lavoro intenso e scomodo di Flavia Piccinni, Bellissime. Baby miss, giovani modelli e aspiranti lolite, pubblicato da Fandango Libri nella collana Documenti. Un libro che aggiunge un tassello importante al dibattito, scegliendo una posizione coraggiosa nei confronti di un mondo potente e ricco come quello della moda.
La copertina, di un rosa baby ipnotico, cattura l’attenzione come una pozione magica: una sagoma stilizzata che richiama manichini e bozzetti tanto cari agli stilisti. Figlia degli anni ’80, ho pensato immediatamente al gioco Gira la moda.
Ed è proprio il tema dell’essere “figli del proprio tempo”, delle coordinate sociali e culturali che ci plasmano, a costituire il cuore del reportage dell’autrice.
Piccinni accompagna il lettore dietro le quinte di sfilate, concorsi di bellezza e competizioni dedicate a bambine spesso di pochissimi anni. Un microcosmo fatto di lustrini, paillettes, gloss, tacchi e ritmi estenuanti, che muove denaro, stampa, star system e soprattutto la promessa di essere viste, notate, scelte.
Tra stupore, ironia e pungente lucidità, l’autrice racconta storie e contesti familiari che ruotano attorno ai sacrifici – spesso enormi – compiuti dai genitori, in particolare dalle madri, per la notorietà delle figlie. Talvolta anche dei figli maschi, ma prevalentemente femmine.
La domanda diventa inevitabile:
cosa spinge una madre a esporre una bambina di due, tre, quattro anni a questo tipo di esperienza?
Perché un adulto, consapevole del proprio ruolo di tutela, si lascia risucchiare in dinamiche di persuasione che assumono tratti francamente patologici?
Non si tratta semplicemente di criticare la moda infantile o i suoi meccanismi pubblicitari, ma di interrogarsi sulla scelta – apparentemente libera – dei genitori. Una libertà che smette di esserlo quando entrano in gioco condizionamenti psicologici profondi, bisogni narcisistici, vissuti infantili irrisolti.
Il desiderio di sentirsi capaci, fortunati, riconosciuti, si fonde con l’immagine fisica dei figli. La genitorialità si intreccia alla bellezza e alla performance. Le bambine vengono trattate come piccole adulte, il tutto giustificato come “gioco”, “lavoro regolamentato”, “esperienza formativa”.
Il risultato è una pericolosa fusione: il confine tra genitore e figlia si assottiglia fino a scomparire. La bambina non è più riconosciuta come soggetto altro da sé, con bisogni propri di crescita, studio, gioco, relazioni tra pari.
In molti passaggi del libro emerge una sensazione di “espiazione”:
madri che non si sono sentite belle o amate da bambine, trovano riscatto attraverso le figlie;
madri che non si sono sentite viste, cercano visibilità per loro.
Un meccanismo proiettivo che carica le bambine di un compito emotivo enorme.
Piccinni parla apertamente di “punizione” e “violenza”, descrivendo una costrizione che diventa implicita, normalizzata, socialmente accettata.
Colpisce il paradosso: il genitore-manager teme il pericolo esterno, lo sguardo altrui, le attenzioni quando non può controllare, ma rifiuta di vedere la violenza insita nel sistema stesso a cui sottopone la figlia.
Chiusa l’ultima pagina, restano due grandi interrogativi, quasi ipotesi cliniche.
Il primo riguarda i padri: il loro ruolo, la loro presenza (o assenza), il timore di rompere equilibri familiari fragili pur di non disturbare il sistema. Quanto pesa la paura di perdere moglie e figlie insieme? Quanto è più semplice non vedere?
Il secondo riguarda le relazioni trigenerazionali: i nonni, i contesti di origine, i mandati familiari. Quanto incidono le storie precedenti, le ferite mai elaborate, le lealtà invisibili?
Bellissime è una lettura intensa, disturbante, necessaria.
Mette in discussione il nostro rapporto con la bellezza, il successo, il riconoscimento e l’identità di genere.
Una lettura che non consola, ma interroga. E proprio per questo, vale la pena affrontarla.
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