Bullismo, paura e amicizia: perché IT non è solo un horror

Denti gialli e affilati che compongono un sorriso mostruoso e inquietante.
Un costume dai toni sgargianti e una moltitudine di palloncini colorati che stridono con la ferocia dello sguardo e delle espressioni facciali, celate da strati spessi di cerone bianco.

È questa l’immagine che, per anni, ho conservato del film IT degli anni ’90: una pellicola mai vista per intero, ma sognata più volte, vissuta come pensiero disturbante grazie a pochi fotogrammi impressi nella memoria emotiva.

Durante un viaggio negli Stati Uniti, nell’agosto scorso, mi sono imbattuta più volte nella pubblicità del nuovo film in uscita. Senza ombra di dubbio, ho avvertito quel fascino perverso che tutti gli horror sanno esercitare sulla mente umana: attrazione vs rifiuto, desiderio di guardare vs pentimento immediato, bisogno di adrenalina vs maledizione del climax angosciante.

E così, a distanza di quasi trent’anni dalla prima trasposizione cinematografica e senza aver mai avuto il coraggio di leggere il romanzo di Stephen King, mi sono fatta forza. Ho acquistato un biglietto per una proiezione tardo pomeridiana, in un cinema affollato nel centro di Milano: una scelta che mi è parsa quantomeno protettiva, considerando buio, solitudine e ore notturne.

Mai decisione fu più azzeccata. Perché accanto alla paura, alle budella che si contorcono e all’orrore evocato dall’entità mascherata da clown danzante, IT si rivela essere un’immersione profonda in una fase della vita ben precisa: l’adolescenza.

Adolescenza, bullismo e sfiducia negli adulti

La scelta narrativa di raccontare gli eventi esclusivamente dal punto di vista dei ragazzi, rimandando la loro vita adulta a un secondo capitolo, permette di entrare a fondo nelle tematiche adolescenziali e di schierarsi immediatamente dalla loro parte.

Il linguaggio, le esperienze vissute e gli ostacoli affrontati sono quelli tipici del romanzo di formazione, riletti in chiave moderna attraverso il tema del bullismo e delle angherie subite da un gruppo di losers, presi di mira dai più forti e prepotenti.

Incontriamo così:

  • un ragazzo mingherlino e balbuziente, schiacciato dal senso di colpa per la scomparsa del fratellino;
  • un adolescente obeso, colto e sensibile, che nasconde vergogna e tristezza dietro un animo cavalleresco;
  • un bambino ipocondriaco e asmatico, vittima di una madre soffocante e patologica;
  • un ragazzino afroamericano, coraggioso e sensibile, che rifiuta la violenza degli adulti;
  • un figlio di ebrei, rigido e diffidente, oppresso da un’educazione severa e dall’angoscia per la propria diversità.

Ad accompagnarli ci sono un irriverente e logorroico ragazzino occhialuto, apparentemente superficiale ma profondamente leale, e una fanciulla tormentata, disinibita, dal fascino magnetico.

Le loro storie personali sono una dichiarazione di sfiducia nei confronti del mondo adulto: un mondo fatto di violenza, incomprensione, assenza di protezione. I ragazzi sono vittime, subiscono, si sentono diversi, fragili, “di serie B”.

Questo vale anche per i bulli stessi, carnefici che a loro volta hanno subito prevaricazioni e violenze. La ripetizione del male appare come l’unica strada conosciuta.

Il mondo dei grandi fa schifo.
Questo sembra essere il filo rosso della sceneggiatura.

Paura, nostalgia e valore dell’amicizia

Durante la proiezione, la sala – gremita di adolescenti – esplodeva in applausi ogni volta che uno dei protagonisti riusciva a ribaltare i rapporti di forza. Ho assistito a un vero e proprio coinvolgimento empatico verso il valore dei losers, tanto da avere la sensazione che il film non fosse pensato per me, ma per loro.

La fotografia, le scelte estetiche, la rappresentazione della provincia americana e il nuovo volto di Pennywise rendono IT profondamente contemporaneo, non solo per la qualità tecnica, ma per la celebrazione della nostalgia anni ’80, oggi più viva che mai.

Le relazioni sono vissute in presenza, le emozioni condivise nel gruppo, il bisogno di fuggire da famiglie disfunzionali trova risposta nell’amicizia e in un patto che diventa simbolico e salvifico.

Le scene sono esplicite, talvolta disturbanti, e la paura viene resa tangibile, multiforme, incombente. Ma resta sempre aperta la possibilità di uscirne: grazie ai legami, al coraggio, alla fiducia reciproca.

Rispetto alla versione del 1990, in cui l’amicizia adulta appariva più ambigua e corrotta, questo nuovo IT restituisce alla paura infantile una funzione trasformativa. La minaccia di “galleggiare”, di essere travolti e annientati, diventa metafora della paura che qualcosa di terribile possa accadere e distruggerci.

Dovremo attendere il secondo capitolo per scoprire come queste paure si evolveranno nell’età adulta.
Nel frattempo, con una mano davanti agli occhi e magari il braccio di qualcuno da stringere nei momenti più intensi, il consiglio è uno solo: andate a vedere questo film.

Ne uscirete frastornati, ma soddisfatti.