Che lo si ami o lo si odi, con Facebook bisogna fare i conti.
Velocità, possibilità, scelta, simultaneità, avanguardia e una diffusione capillare comportano responsabilità enormi, sia per chi utilizza la piattaforma sia per chi la gestisce. Forse, come me, anche voi avete talvolta l’impressione che dietro alle decisioni del colosso social ci sia un mondo un po’ “alla Alice nel Paese delle Meraviglie”: complesso, sorprendente, ambiguo, sempre da leggere su più livelli.
Da quando ho aperto la pagina del blog Una Psicologa In Città – Milano, mi sono resa conto che Facebook considera la tua attività come una vera e propria impresa, offrendoti strumenti professionali che difficilmente si avrebbero a disposizione altrove.
Allo stesso tempo, sul piano personale, stimola la comunicazione emotiva, predilige contenuti visivi, crea video personalizzati su ciò che ami.
In molti casi finisce per annullare la separazione tra “reale” e “virtuale”, diventando una vera estensione della propria identità. Un luogo potentissimo, soprattutto per chi – come me – si occupa di psicologia in una città viva e complessa come Milano.
Facebook e prevenzione: l’introduzione di nuovi strumenti
Proprio per il peso psicologico e identitario che il social ha assunto nella vita quotidiana, Mark Zuckerberg e il suo team hanno iniziato a intervenire attivamente sul piano della prevenzione del rischio suicidario.
Già da tempo è attiva la funzione che permette agli utenti di segnalare post ritenuti a rischio.
Da marzo 2017, però, Facebook ha annunciato un passo ulteriore: la possibilità di segnalare situazioni preoccupanti anche durante i video in diretta (Live).
Chi assiste a una diretta in cui una persona appare in grave difficoltà può:
- interagire subito con l’autore del video;
- inviare segnalazioni;
- attivare strumenti di supporto integrati nella piattaforma.
Per l’autore del video vengono messi in evidenza pulsanti per chiedere aiuto, informazioni su servizi dedicati e contatti immediati di strutture specialistiche.
In Italia, ad esempio, compaiono i riferimenti a Telefono Azzurro per i minorenni e Telefono Amico per gli adulti.
Facebook ha scelto consapevolmente di non bloccare il video, mantenendo la possibilità di comunicare con la persona in difficoltà, nella convinzione che la connessione con gli altri possa essere un fattore protettivo importante.
Tutto ciò avviene grazie a un sistema di intelligenza artificiale e a un team dedicato di professionisti che interviene nei casi più critici.
I numeri e la posizione di Zuckerberg
Come ha dichiarato Zuckerberg:
“Nel mondo si registra una morte per suicidio ogni 40 secondi. È la seconda causa di morte tra i 15 e i 29 anni. Gli esperti dicono che una delle modalità più efficaci di prevenzione sia far percepire alle persone in difficoltà quanto gli altri tengano a loro. Facebook, grazie alle connessioni tra utenti, è in una posizione privilegiata per aiutare.”
Una posizione chiara, lineare, pienamente in stile americano
I limiti e le domande legittime
È naturale interrogarsi sull’efficacia di questo approccio.
La depressione e il malessere psicologico non si riducono a un algoritmo o a una correlazione statistica tra espressioni verbali e comportamenti. Chi lavora nei servizi – come accade qui a Milano – incontra quotidianamente persone in sofferenza profonda e sa bene che spesso gli interventi sono complessi, difficili, mai risolvibili con una sola strategia.
Il dubbio, quindi, è comprensibile.
Eppure, più rifletto su questa iniziativa e più mi dico: perché no?
Se anche portasse beneficio a una sola persona, se generasse consapevolezza in chi non vede alternative, se incoraggiasse qualche amico – vero o virtuale – ad attivarsi, allora avrebbe un senso.
Un cambio di prospettiva necessario
Il punto, forse, è uscire dalla visione puramente adulta del fenomeno.
Per molte persone, soprattutto per i più giovani:
- l’identità passa anche attraverso il digitale;
- le emozioni vengono espresse online;
- la relazione avviene nelle chat e sui social;
- i vissuti emergono in formati nuovi, diversi, immediati.
Una volta ci si chiedeva se fosse utile fare prevenzione nelle scuole.
Oggi sappiamo che è fondamentale. Ci interroghiamo piuttosto sulla qualità degli interventi.
Perché non considerare allo stesso modo i social network?
Perché non riconoscere che fanno ormai parte dei luoghi di vita e relazione dei ragazzi?
Forse, il primo passo è abbattere il pregiudizio degli adulti, spesso legato a una scarsa conoscenza del mezzo.
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