È giusto tornare a casa da scuola accompagnati?

Il doppio legame epistemologico nelle mani dei genitori

Siamo noi lo Stato, siamo noi l’opinione pubblica e siamo noi – come comunità di individui – i principali responsabili del cambiamento culturale, giuridico e psicologico del contesto in cui viviamo.

Sono rimasta sorpresa, e al tempo stesso sconcertata, dalla disposizione del Ministero dell’Istruzione relativa all’obbligo per i genitori di andare a prendere i figli all’uscita della scuola secondaria di primo grado. Una decisione che ha immediatamente invaso il dibattito pubblico, animando discussioni tra genitori, insegnanti e operatori del mondo educativo.

Da una parte, accese difese dell’indipendenza dei ragazzi; dall’altra, vere e proprie battaglie contro i dirigenti scolastici, accusati di applicare rigidamente la norma e di segnalare eventuali trasgressioni alle autorità competenti. Il tutto accompagnato da lunghe – e spesso corrette – riflessioni pedagogiche sul bisogno di autonomia dei preadolescenti.

Tutto giusto. Tutto vero.

I ragazzi hanno bisogno di sperimentare, di sentirsi autonomi, di percepire la fiducia degli adulti di riferimento. Su questo non si discute.

Ciò che però continua a lasciarmi perplessa è il processo attraverso cui si è arrivati a questa situazione.
La Ministra ha motivato la disposizione richiamando sentenze della Corte di Cassazione, chiudendo di fatto ogni possibilità di mediazione o ripensamento normativo. Nel frattempo, la quotidianità delle famiglie è cambiata: il tragitto da casa a scuola – a piedi, in bicicletta, in tram, insieme ai compagni – non è più uno spazio di esperienza possibile per molti ragazzi.

Come siamo arrivati fin qui?

Una sentenza relativa alla morte di una ragazza undicenne investita da un autobus ha stabilito che la responsabilità della scuola non si esaurisce con il suono della campanella, ma si estende finché il minore non è considerato giuridicamente capace di provvedere a sé stesso, ovvero fino ai 14 anni. Prima di quell’età, nessuna liberatoria firmata dai genitori solleva la scuola dalle proprie responsabilità.

La domanda, a questo punto, diventa inevitabile:
che cosa ha spinto le famiglie a ritenere la scuola responsabile anche di ciò che accade fuori dall’edificio scolastico?
E ancora: chi oggi protesta contro questa normativa, che ruolo ha avuto nel costruire il sistema di regole che ora contesta?

Ci troviamo di fronte a una contraddizione evidente. Da un lato chiediamo alla scuola di proteggere, vigilare, educare e responsabilizzare i ragazzi anche oltre l’orario scolastico; dall’altro pretendiamo che li lasci liberi, senza però assumerci fino in fondo il peso di questa libertà.

In psicoterapia familiare questo meccanismo è noto come “doppio legame”: un messaggio esplicito che ne contraddice un altro, comunicato su un piano diverso. Il risultato è confusione emotiva, ambivalenza e disorientamento in chi riceve il messaggio. In questo caso, nei ragazzi stessi.

Sono convinta che la maggior parte delle famiglie disponga delle risorse necessarie per collaborare con le istituzioni, in particolare con la scuola, costruendo un rapporto basato sulla fiducia e sul confronto, piuttosto che sulla denuncia e sul conflitto.

Cambiare una normativa è possibile. Difendere le proprie idee con argomentazioni pedagogiche e psicologiche è legittimo.
Ma prima ancora è necessario modificare l’epistemologia con cui affrontiamo il problema: il modo in cui lo pensiamo, lo interpretiamo e ce ne assumiamo la responsabilità come comunità.

Altrimenti rischiamo di salire, senza accorgercene, su un carro che ci sembra vincente solo perché risponde a un bisogno immediato, dimenticando che spesso siamo proprio noi ad aver messo i buoi davanti al carro.