Francesco Savino e “Il cuore della città”

Studiare psicologia, scrivere un fumetto, riconoscere il cambiamento

In un bellissimo passaggio di Manhattan Transfer, John Dos Passos fa desiderare a un personaggio del suo romanzo di scendere dalla nave con cui è approdato a New York e di andare “là dove accadono le cose”.

L’ho detto e ridetto spesso, qui sul blog e in ogni spazio della mia attività divulgativa e clinica: Manhattan, Milano, qualsiasi amata metropoli sa regalarci quel senso unico di stare in medias res. Pronti a salire sul treno delle occasioni, carichi di speranze e di tutti i cerotti che negli anni abbiamo applicato sulla nostra pelle, protagonisti di una vita che ci gira intorno.

Immaginiamo un percorso e scegliamo una direzione, per poi renderci conto di non essere totalmente in grado di governare l’esito delle nostre scelte.

Non credo al destino o al caso, ma alla bellezza a cui passione e tenacia conducono sì.

In questo fluire di certezze e dualità, tra stupore e fatiche del vivere urbano, ho incontrato Francesco Savino e il suo generoso atto di fiducia nei miei confronti: la possibilità di accedere al suo mondo interno e alla sua visione fatta di incroci, volti, luoghi e percorsi.

Attraverso “Il Cuore della Città”, un web comic strutturato in tre capitoli e sapientemente disegnato da Giulio Rincione, Francesco ha condensato un processo evolutivo comune a tutti coloro che si sono sentiti fagocitati dal caos di un contesto stressante e richiedente in un unico grande elemento simbolico: il cuore pulsante della città.

(immagine: Il Cuore della Città)

Non conoscevo la bellezza delle piattaforme online su cui leggere in libertà piccoli capolavori grafici e narrativi. Quando ho scoperto Wilder, si è aperto un piccolo microcosmo: da profana e semplice fruitrice ho riscoperto la dimensione del dono e della fiducia, poiché – come spesso accade – delle proprie fatiche professionali si è gelosi e votati a un riconoscimento ufficiale, canonico e soprattutto tangibile.

“Il Cuore della Città” è un regalo e una catarsi.

Atmosfere buie, personaggi fantastici e al contempo reali, architetture urbane tipiche, profondità dei dialoghi: un insieme ricco di elementi che colpiscono per forza e credibilità, affondando qualsiasi tentativo di banalizzazione della storia narrata.

Carriera universitaria a parte – che già di per sé rappresenta un bel bottino per chi tenta di scardinare il luogo comune secondo cui tutti gli psicologi sarebbero clinici – sono rimasta piacevolmente sorpresa dai punti di contatto con l’autore, dalla stessa lunghezza d’onda con cui il messaggio viene comunicato, dalla dichiarazione d’amore non tanto alla città, ma grazie alla città.

Il filo narrativo si attorciglia in nodi tipicamente psicologici: la solitudine del protagonista, la pressione del sistema familiare a cui non si rivelano debolezze, il manifestarsi di paure e fobie, l’incontro con presenze che agguantano, ingabbiano, illudono e stordiscono.

Il giovane protagonista è caparbio, tormentato ma lucido, sul punto di cedere alla fatica dell’amalgamarsi in un impasto in cui ci si sente l’ingrediente sbagliato, eppure resiliente e ancora disposto a credere nel sogno metropolitano.

Ritrovare in un fumetto l’espressione chiara del mandato trigenerazionale – il peso delle aspettative, delle insicurezze e delle possibilità trasmesse dalle generazioni precedenti – è stato sorprendente e potentissimo.

Sarò io ad aver interpretato la banda del Sindacato secondo questa chiave di lettura?
Avrò dato per scontato il tono depressivo del fumetto attraverso le mie lenti da psicoterapeuta?

Niente di più facile.

Eppure Francesco sembra condividere un sentire e un rendere emotivo non troppo distanti dai miei.

Ne abbiamo parlato davanti a caffè americani che non volevano diventare black, masticando marshmallow colorati e combattendo con scomodissimi cuscini di erba sintetica, immersi in un mondo variopinto lontanissimo dalle nostre riflessioni su paure, responsabilità e cambiamento.

Ascoltando le parole di Francesco e leggendo quelle del protagonista de Il Cuore della Città, ho colto ancora una volta la profonda connessione tra immagini, colori, atmosfere e mondo interno di chi viene rappresentato.

Non si tratta di rinforzare ciò che si legge con ciò che si vede, ma di una continuità narrativa: i disegni non sono corollario della scrittura, né la narrazione è didascalica rispetto al tratto. Non tutte le città sono uguali, non tutti i Sindacati svolgono la stessa funzione.

In che direzione si muove il nostro cittadino?
Che cosa gli impedisce di godere della vitalità metropolitana?
Che cosa lo salverà?

Francesco, come il suo protagonista, non spiega. Lascia spazio all’ipotesi, all’immaginazione.

Ci basta sapere che non si tratta di volere un cambiamento, ma di poterlo immaginare e quindi realizzare.

Ancora una volta, l’acquisizione di un nuovo punto di vista sulla realtà passa attraverso l’effetto che questa ha su di noi e sulla nostra capacità di integrarla.

Non con regole.
Ma con un percorso di crescita liberatoria.

“Vista dall’alto la città ha un aspetto rassicurante.
Ti fa sentire parte di qualcosa di più grande.
È un inganno.
La verità è che la città mente.
Sempre.”