Spostandomi spesso per la città e vivendo in un’area metropolitana decisamente affollata, non di rado mi capita per puro caso di transitare davanti ai cancelli di istituti scolastici durante l’orario di uscita dalle lezioni.
Se ogni edificio ha una storia e un’architettura a sé, lo stesso non si può dire di quella che è invece una costante: la presenza di genitori, prevalentemente mamme, che si confrontano sulla vita scolastica dei figli appena fuori dal cancello.
Ho sempre pensato che fosse un modo riconosciuto e ben codificato per prendersi cura dei propri figli, svolgere al meglio il ruolo di genitore che aiuta e supporta lo studio dei piccoli e si accerta, con occhio e consapevolezza da adulto, che il loro benessere sia garantito.
Fine delle lezioni, piccola conversazione con altri genitori, riflessione sul proprio operato, eventuale senso di gratificazione perché ci si sente in linea con il gruppo di riferimento, talvolta qualche piccolo dissenso e infine ritorno alla sfera familiare.
Eppure qualcosa non scorre così liscia. Il dubbio insinuato dalla mamma della compagna di classe non dà pace, la disattenzione dei figli nello scrivere i compiti sul diario non può essere tollerata, l’idea brillante relativa alla gita di quest’anno non può aspettare.
Ecco che si ricorre allo strumento che abbatte la dimensione fisica del cancello e dell’Istituto scolastico, che annulla il confine tra responsabilità e comodità e al quale non si vorrebbe ricorrere, ma che ammalia più delle sirene di Ulisse: il gruppo genitori su WhatsApp!
Ma perché è così diffuso? Quali sono le sue funzioni? E perché può diventare uno strumento pericoloso e ambivalente?
Innanzitutto, come accade per qualsiasi fenomeno frutto del progresso e delle nuove tecnologie, sono innegabili i vantaggi che offre: risparmio di tempo e di soldi, immediatezza della comunicazione, possibilità di partecipare fattivamente all’organizzazione del processo scolastico dal punto di vista genitoriale anche senza ricoprire ruoli elettivi o di responsabilità.
Sentirsi parte di un progetto comune e di un percorso nel quale sono coinvolti i figli è sicuramente gratificante e permette di avere il polso della situazione.
Al contempo, però, le caratteristiche tipiche della comunicazione vis a vis vengono a mancare e gli effetti sulle relazioni non sempre sono facili da gestire. Differenze nel modo di usare lo strumento digitale – negli scopi, nei tempi, nella volontà di esserci o meno – spesso creano malintesi, giudizi, incomprensioni e una dilatazione del tempo dedicato a questo ambito della vita.
Che fare allora? Accettare l’invito o rinunciare?
Omologarsi ai più o rischiare di passare per l’outsider?
Tenere per sé i continui messaggi o condividere tutto con la famiglia, rischiando però di generare nervosismo?
Attraverso i colloqui con studenti e genitori nelle scuole, ho potuto riflettere a lungo su queste dinamiche.
Ecco alcune considerazioni utili.
1.Ricordare sempre l’ambito per cui il gruppo è nato
È un gruppo di classe? Di una squadra sportiva? Di un’associazione? Se i contenuti vanno oltre, può essere utile chiedersi se ha senso restare.
2.Chiarire lo scopo del gruppo
Serve per facilitare la comunicazione? Per organizzare momenti importanti?
Per chiedere aiuto quando necessario?
Sono motivi validi, purché non si sostituiscano alle responsabilità dei figli stessi.
Non è “noi abbiamo preso 7”, né “noi abbiamo tanti compiti”: gli studenti sono loro.
3.Immaginare di essere su un palco
Prima di scrivere, chiedersi: “Se fossimo nella stessa stanza, lo direi così?”
Questo aiuta a ridurre pretese, messaggi impulsivi, richieste pressanti o critiche eccessive.
4.Ricordare che i figli osservano tutto
I bambini vedono le reazioni degli adulti e ne assorbono emozioni e giudizi.
Leggere loro messaggi, farli scrivere al posto del genitore, lasciar emergere troppi commenti sugli insegnanti può minare fiducia e autorevolezza.
La chat è uno strumento per gli adulti, non per i bambini.
5.Coinvolgere anche i papà
La comunicazione scolastica non deve ricadere automaticamente sulle mamme.
Papà e mamme possono collaborare, decidere insieme, condividere compiti e responsabilità.
In conclusione, una buona strategia è quella di non rifiutare a priori i gruppi WhatsApp né di consegnare loro ogni speranza di soluzione dei problemi quotidiani. Possono essere un supporto prezioso, purché si conoscano le loro potenzialità, i limiti e le regole implicite delle relazioni interpersonali, mantenendo sempre come priorità il benessere dei figli.
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