Siamo tornati a Holt, per l’ultima volta.
La polvere, i lampioni, main street, gli sguardi degli abitanti, le parole di chi critica, la compassione di chi accoglie: è ancora tutto lì, a rassicurare il lettore affezionato.
Eppure sin dalle prime pagine di questo libro, precedente alla scrittura della Trilogia della Pianura e secondo solo a Vincoli, ci rendiamo conto di una differenza importante, di una presenza significativa, quella del movimento, dell’azione.
Quando negli anni mi sono trovata a descrivere di cosa parlasse la produzione di questo autore, ho usato più volte l’espressione “non succede quasi nulla, eppure è tutto meraviglioso”: ecco, ne La strada di casa, questo è vero solo in parte.
Jack Burdette è l’elemento perturbante del sistema di relazioni rappresentato da Holt, colui di cui tutti hanno sentito parlare attraverso leggende e racconti e che, improvvisamente, sceglie di sfidare le regole ripresentandosi in città, dopo essere sparito molti anni prima.
I punti di vista offerti al lettore sono molteplici e l’alternanza passato-presente aiuta a costruire immagini vivide dei protagonisti e delle loro personalità.
Un finale che ho amato e che trovo ancor oggi sorprendente eppur inevitabile: stare e andare, Holt provoca questo.
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