NORIMBERGA di James Vanderbilt: recensire la mente criminale

Come esseri umani abbiamo imparato così tanto ad adattarci e a fare nostri i cambiamenti delle generazioni precedenti, da non domandarci quasi mai in che contesto siano germogliati alcuni dei diritti inviolabili di cui oggi godiamo.

Con Norimberga di James Vanderbilt, distribuito da Eagles Pictures e tratto da questo libro, abbiamo l’opportunità di mettere a fuoco in che modo l’uomo abbia dato un nome all’efferatezza commessa dai suoi simili durante i conflitti militari e come sia stato possibile ottenere un giudizio e una pena a partire da una valutazione non solo dei fatti, ma anche della psiche dei soggetti coinvolti.

Un fantastico Russel Crowe interpreta il gerarca nazista Hermann Göring dal momento in cui si consegna agli Alleati nel maggio del 1945 fino a quando viene giudicato colpevole dal tribunale internazionale insediatosi a Norimberga nell’ottobre dello stesso anno.

Attraverso lo sguardo dello psichiatra Douglas Kelley, portato in scena dal talentuoso Rami Malek, è sottoposto a una valutazione psicologica per stabilire se, insieme agli altri ufficiali nazisti prigionieri e imputati del processo, sia in grado di sostenere gli interrogatori previsti e porti con sè il rischio di manipolazione o, peggio, di dissimulazione di stato alterato della psiche.

Una sorta di valutazione delle capacità non solo di intendere e di volere, ma un vero e proprio studio sulla personalità del gerarca, di certo un modo nuovo di intendere la giustizia e il suo valore nella società.

In tutto il film si respira un’aria di non detto e di angosciante sospensione.

Allo stesso tempo si è accompagnati ad entrare nelle sfumature del rapporto tra dottore e prigioniero, come se il punto non fosse più il giudizio sulla pericolosità e l’efferatezza, ma il bisogno di conoscere qualcosa di proibito e carismatico, che crea magnetismo e dipendenza.

Mentre il mondo si riorganizza dopo gli orrori dell’olocausto e alza il velo sui campi di sterminio, nella sua cella Göring occupa tutto lo spazio relazionale possibile nel rapporto con lo psichiatra.

Hermann Goring (Russel Crowe) e Douglas Kelley (Rami Malek) in Norimberga (2025)
Hermann Goring (Russel Crowe) e Douglas Kelley (Rami Malek) in Norimberga (2025)

Allo spettatore viene proposto di scollarsi dalla malvagità dell’esterno per entrare in un vortice di botta e risposta che induce al rifiuto, ma sempre di più al bisogno di conoscere l’intimo dei due.

In un meccanismo quasi dissociativo, si osservano filmati originali dell’epoca con un silenzio nel cuore che pesa quanto millenni di storia, ma al contempo si prova empatia per la famiglia di Göring stesso, per le conseguenze vissute e per il dolore subito.

Lungi dall’essere altrettanto malvagio, lo spettatore è chiamato a fare i conti con la fascinazione delle figure tiranniche e potenti, con quell’alone di sicurezza e determinazione, di spregevole incuranza dei diritti di uguaglianza.

Il dottor Kelley permette al gerarca di entrare laddove non è presente una robusta postura professionale in favore di inesperienza e di un eclatante bisogno di conoscere il mostro: questo apre il punto chiave della loro relazione, una necessità che non tiene conto delle implicazioni sul piano della realtà, sull’essere l’ennesima vittima presa in trappola.

Nessuno degli imputati coinvolti sopravvive, Göring si toglie la vita nella sua cella prima di essere impiccato, in un ultimo atto di hybris e di vanagloriosa presenza scenica.

La regia di Vanderbilt non osanna nessuno e non lascia spazio all’adulazione fanatica.

Del simbolismo nazista e della sua scenografica iconografia, rimane la comunicazione non verbale degli imputati, la magnificenza della postura sugli scranni del Tribunale e la contrapposizione tra la divisa militare degli imputati e il completo anni ’40 del magistrato americano Robert Jackson (interpretato da un bravissimo Michael Shannon).

Russel Crowe interpreta Hermann Goring in Norimberga di James Vanderbilt (2025)

Della domanda di fondo del film rimane invece la certezza che la mente criminale non esiste nel corredo genetico degli individui, anche quando la personalità presentata risulta priva di empatia e di adesione alle regole, di controllo sull’Altro e di assenza di rispetto e di compassione.

Il QI superiore alla norma di Göring non gli ha permesso di difendersi dall’abisso della sua antisocialità e dall’orrore del mondo che ha creato per gli altri, portandolo invece ad amplificare tutte le esperienze negative della sua vita e a godere di una feroce e pericolosissima ipertrofia dell’Io.

Non l’ennesimo film sulla seconda guerra mondiale, ma l’occasione per capire meglio quando abbiamo iniziato a dare un nome alla malvagità su ampia scala e a ritenerlo oggetto di valutazione giuridica: questo è stato il mio Norimberga.