COSA CI STA PIACENDO DAVVERO DI STRANGER THINGS? Tra lutti, pensieri divergenti e fedeltà relazionali.
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Ne stanno parlando tutti, ma non per questo ho intenzione di esimermi dal compito.
Aspettavo con trepidazione la quinta stagione di Stranger Things, da quando in quell’estate tremenda del 2022, nel momento più faticoso della mia esistenza finora, Vecna ha fatto il suo ingresso dal sottosopra e connesso molti dei fili narrativi delle stagioni precedenti.
Mentre cerchiamo di gestire l’attesa che ci separa dal 26 dicembre prima e dal 1° gennaio poi per le ultime puntate della stagione, vale la pena di mettere nero su bianco alcune riflessioni che ho già in parte condiviso con alcuni followers su Instagram nei giorni scorsi.
Ci saranno spoiler – vi avviso subito! – ma spero di rivedervi qui non appena anche voi sarete arrivati alla fine della quarta puntata.
1. L’elaborazione del lutto
È impossibile non rendersi conto del tono dell’umore deflesso di Dustin, del suo non verbale così poco in linea con ciò che ci ha abituati a vedere, con un look che celebra e riporta immediatamente al centro della storia la morte di Eddie.
Anelli, maglietta dell’Hell Fire, capelli più lunghi, sfrontatezza e provocazione, rabbia e bisogno di dare vita a pretestuosi conflitti sono i sintomi di un processo di elaborazione del lutto che Dustin sta tentando di guadare come fosse sempre a un passo dall’annegamento. La sua gioia e il suo ottimismo sono offuscati e non è un caso che la persona con cui tutto ciò si vede di più è proprio Steve, colui che nelle scorse stagioni era la sua sicurezza, quello che gli guardava le spalle, che fungeva da fratello maggiore. Nell’essere così sprezzante e irriverente, Dustin gli sta però chiedendo di stargli vicino in questo processo tremendo, allontanandolo con maleducata antipatia e al contempo cercandolo con provocazione e azioni irritanti.
Siamo tutti preoccupati per lui e stiamo tutti soffrendo per la perdita di Eddie: grazie a Dustin, possiamo vedere in modo catartico come ognuno di noi ha una reazione diversa al dolore. Chi si chiude in sé stesso, chi esplode, chi provoca, chi sprofonda.
In tutto questo, però, Dustin non lascia mai il suo ruolo di protagonista esperto. Non si allontana mai davvero dal gruppo e non si trasforma in un antagonista o nel cattivo della storia.
Ha solo bisognò di capire a che distanza stare da quel muro di emozioni che gli si para davanti quando cerca di combattere Vecna insieme alla compagnia e tenere viva la memoria di Eddie tra i bifolchi della scuola con cui non condivide nulla.
2. La rivincita del pensiero divergente
Gli anni 80 sono stati il decennio che ci ha regalato numerosi gruppi di ragazzini impacciati, poco popolari, ai margini del perimetro di qualunque relazione sociale di successo, bruttarelli e intellettualmente poco comprensibili.
Ci siamo gradualmente abituati al cliché degli “sfigati” che vengono riabilitati e resi non solo piacevoli, ma anche desiderabili come amici.
La particolarità di Stranger Things, in questo senso, è quella di utilizzare gli aspetti inusuali per mostrare allo spettatore quanto queste differenze siano in realtà comuni nei gruppi di persone e di amici che tutti noi frequentiamo.
Robin, la mia preferita in assoluto, ci descrive in prima persona la fatica della sua infanzia e adolescenza per quel che riguarda l’identità, la sfera dell’attrazione sessuale e la sensazione di non essere mai abbastanza. Nel farlo, si mostra in tutta la sua diversità data dal pensiero veloce, il ritmo delle parole accelerato, l’intuito che si muove su un piano laterale, l’insofferenza per i canoni classici dello stare insieme, come l’abbigliamento, il people pleasing, la capacità di rispettare le regole in generale.
È goffa e caotica, bizzarra e mai doma, eppure c’è. C’è per gli altri, c’è con la sua testa, il suo entusiasmo e il suo desiderio di libertà e di possibilità, con la voglia di andare oltre il bisogno di essere accettata.
Evolve, diventa donna adulta ed è la voce narrante della scoperta del mondo interiore di Will.
Osservare Robin è l’opportunità che abbiamo per usare un po’ di più il pensiero sofisticato e lo sguardo analitico quando vediamo che l’Altro davanti a noi non è così prevedibile come ci si aspetterebbe. Imparare dalle relazioni è uno dei grandi motori del cambiamento di cui la nostra psiche dispone.
3. Il tutto è più della somma delle parti
E qui è proprio il caso di dirlo.
Dalle suddivisioni geografiche della quarta stagione al ricongiungimento a Hawkins della quinta, passando per il nuovo gioco delle coppie e dei partner in crime a cui i registi ci hanno sapientemente abituato.
Tutti giocano con tutti, ognuno ha un ruolo, ma sempre tenendo a mente gli altri.
Ci sono fasi, accordi, piani da rispettare, ma soprattutto tanta fiducia nella forza del gruppo, anche quando questo è presente solo simbolicamente. Nella caverna della mente di Henry, Max coglie al volo l’opportunità di tornare in scena per salvare sé stessa, ma anche per ritrovare il suo posto con Lucas e gli altri. In questa lotta tra il bene e il male, il cattivo è solo e sembra mostrare fragilità proprio in quanto tale, mentre la speranza di un mondo libero è legata all’utilizzo di tutte le parti in cui il sistema si è diviso.
I bambini da salvare, quelli già cresciuti, la popolazione ignara e sempre sullo sfondo, l’organizzazione governativa che traffica e agisce senza scrupoli, i russi, i mostri e tutti coloro che a cena da Enzo vorrebbero riuscire ad andare: sono tutti connessi e sempre presenti contemporaneamente nella mente dei nostri protagonisti.
Nessuno agisce da solo. Non perché manchi lo spunto di coraggio o l’impulsività incosciente, anzi.
Un po’ come la mente a sciame, anche noi possiamo provare a funzionare nella complessità.
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