Terapia familiare e interpretazione dei sogni: si può fare?

Intervista al Prof. Massimo Schinco

Dici psicologia e pensi subito a sogni, a un lettino, a un clinico che “strizza cervelli”.
Dici sogni e ti viene in mente Freud e la sua opera più celebre, L’Interpretazione dei Sogni.

Su questo blog ho più volte sottolineato l’importanza di non lasciarsi guidare dagli stereotipi, provando a proporre visioni alternative sul funzionamento mentale e psicologico. Su alcuni temi è più semplice; su altri – soprattutto quando si parla di patologia e cura – diventa più complicato.

Oggi esploriamo insieme una nuova visione del sogno e del suo ruolo in psicoterapia, un ambito ancora comunemente associato alla psicoanalisi classica.
Proveremo a rispondere a qualche domanda:

  • Esiste davvero una verità nascosta nel linguaggio onirico?
  • Che validità ha l’interpretazione di contenuti che non seguono le regole logiche della veglia?
  • Come cambiano i nostri processi mentali tra sonno/sogno e coscienza?
  • Ha senso parlare di interpretazione del sogno all’interno di una terapia familiare, quindi relazionale?

A guidarci sarà il prof. Massimo Schinco, psicologo e psicoterapeuta sistemico-relazionale, docente di EPG all’Università di Pavia, in passato co-direttore del Centro Milanese di Terapia della Famiglia e studioso di sogni e processi creativi.

Perché la terapia familiare è così distante dal mondo dei sogni?

“Il sogno attiene al mondo della rappresentazione: è un fenomeno intrapsichico.
La terapia familiare, invece, nasce radicata nelle azioni osservabili e nei comportamenti. Storicamente si è tenuta lontana dagli aspetti più psicodinamici per mantenere rigore e non confondere i piani.”

Con il tempo, però, il campo della terapia familiare si è ampliato: narrazione, semantica e conversazione sono rientrate prepotentemente nella pratica clinica. E in questo spazio il sogno può essere accolto come forma di narrazione, seppur molto particolare.

È rischioso “contaminare” i due ambiti?

“No, se si procede con criterio.
Il sogno è una narrazione bizzarra perché non rispetta la logica della veglia: quando lo raccontiamo, però, si piega al linguaggio e già questo lo trasforma.”

Schinco descrive il sogno come una sorta di grande rappresentazione melodrammatica, in cui le proporzioni sono distorte: ciò permette di far accadere nella scena onirica ciò che nella veglia non può essere espresso.

Allo stesso modo, la terapia familiare ha una potenza rappresentativa enorme: ciò che nella psicoanalisi verrebbe definito “agito”, qui diventa uno strumento fondamentale di lavoro.

Il lavoro con i sogni richiede competenza?

Assolutamente sì.

“Nessuno può improvvisare.
In un gruppo con finalità terapeutiche o di sostegno servono competenze cliniche e attenzione al setting.”

Esistono anche gruppi non terapeutici – come quelli che seguono il metodo Ullman – in cui i sogni vengono apprezzati e non interpretati rigidamente. Ma anche qui servono regole chiare e un conduttore preparato.

Come ti sei avvicinato allo studio dei sogni?

Schinco racconta un percorso personale, iniziato con sogni vividi già da bambino, proseguito con l’interesse per la psicoanalisi e consolidato da esperienze di vita che lo hanno portato a cercare un territorio identitario più stabile.

“Un terapeuta lavorò sul mio sogno fin dalla prima seduta, rappresentando una svolta profonda.”

Col tempo, i due mondi – sogno e approccio sistemico – hanno iniziato a dialogare, fino a integrarsi nel suo lavoro clinico.

Il sogno influenza la vita di veglia?

“Assolutamente sì.
I confini tra stati di coscienza non sono così netti.”

Secondo Schinco, i contenuti onirici possono:

  • influenzare il tono dell’umore,
  • modificare l’attivazione fisiologica,
  • farci prendere decisioni,
  • dare senso a ciò che viviamo.

Il sogno può anche ingannare?

Sì, se affrontato in modo “autarchico” e senza dialogo.

“Se interpreti il sogno da solo e in modo rigido, rischi derive distorte.
Il sogno spinge al dialogo.”

Tutte le civiltà hanno creato rituali condivisi attorno al sogno proprio per evitare questo rischio.

Come si integra un processo onirico – inconscio – con un lavoro relazionale?

“È fondamentale dialogare bene nella vita di veglia.
Non basta essere esperti del mondo dei sogni: serve una buona qualità relazionale e comunicativa.”

L’obiettivo non è “interpretare”, ma gustare e far risuonare il sogno all’interno della narrazione del paziente o della famiglia. 

È possibile applicare questa visione anche nella vita quotidiana?

Sì, con un certo allenamento comunicativo.

Curare la modalità con cui ci parliamo rende più facile accogliere e valorizzare anche i contenuti onirici.

Il sogno, in questa prospettiva, non è più un oggetto misterioso da decifrare rigidamente, ma:

  • una narrazione,
  • un’occasione di rappresentazione,
  • un ponte tra il mondo interno e quello relazionale,
  • un mezzo creativo attraverso cui dare senso all’esperienza umana.

 

Bibliografia consigliata dal Prof. Schinco

  • Perché dormiamo, perché sogniamo – Edizioni Dedalo
  • The Composer’s Dream – Pari Publishing
  • Siamo Sognati – Durango Edizioni