In una meravigliosa mattinata primaverile, tra la rigogliosa natura floreale di Downtown e la rapidità di skates, monopattini elettrici e atletiche paia di gambe in movimento, salgo al secondo piano del 936 di Broadway, nel Flatiron District di Manhattan, e apro la porta dell’Ackerman Institute for the Family di New York.
Grazie alla consolidata e preziosa collaborazione internazionale del dott. Massimo Schinco, mio supervisore, e ai membri della Faculty dell’istituto americano, ho avuto la possibilità di intervistare per il blog la dott.ssa Lois Braverman (presidente emerito della struttura) e la dott.ssa Mary Kim Brewster, psicoterapeute della famiglia, formatrici nel programma per aspiranti clinici e protagoniste dell’attività di ricerca e della funzione sociale che da sempre l’istituto esercita.
Le ho incontrate con immensa gioia ed emozione, carica di quesiti e curiosità non solo sul mondo clinico – di cui avevo già fatto esperienza durante un precedente soggiorno a New York – ma anche sul tema della città e delle sue caratteristiche in relazione al mondo psicologico.
Come spesso accade quando si ha a che fare con professionisti statunitensi, il segreto è non perdere neanche un secondo del tempo concesso e concentrarsi sull’obiettivo: i preamboli e le perifrasi tipiche della nostra cultura non trovano spazio e non aggiungono valore allo scopo condiviso.
Proprio per rendere giustizia al contesto e alla ricchezza dell’incontro, riporto di seguito la trascrizione dell’intervista e della conversazione avuta con le colleghe, che ringrazierò sempre per la loro grande disponibilità.
Il mio rapporto con New York
La mia prima volta a New York risale al 2005, quando rincorrevo il mio personale sogno americano e studiavo i fattori specifici e aspecifici correlati ai drop-out nelle psicoterapie di coppia. Vivevo nel Queens e trascorrevo ore in biblioteca a Manhattan presso il Graduate Center della CUNY, come foreign student della prof.ssa Tracy Revenson, past president della Divisione di Psicologia della Salute dell’APA.
Da allora sono tornata negli Stati Uniti e soprattutto a New York ogni volta che ho potuto, osservando la città cambiare, reagire ai contesti politici e sociali ostili, difendersi dalla chiusura mentale e trovare nuovi equilibri.
Il mio è lo sguardo di un’europea innamorata dell’energia della metropoli, ma lucida rispetto alle difficoltà che caratterizzano il rapporto tra centro e periferia, ricchezza e povertà.
I microcosmi del tessuto urbano sono le famiglie nelle quali viviamo e che, come psicoterapeuti, incontriamo ogni giorno nella pratica clinica. Ed è proprio da qui che nasce la storia dell’Ackerman Institute.
La nascita e il trasferimento dell’Ackerman Institute
Come è nata la vostra attività clinica in città e cosa ha determinato la scelta della storica sede nell’Upper East Side?
Lois Braverman racconta di essere arrivata all’Ackerman nel 2006, quando l’istituto si trovava al civico 149 della 78ª strada. L’edificio, di proprietà di Nathan Ackerman, era un grande brownstone su quattro piani, originariamente una residenza privata poi riconvertita in sede no-profit per attività cliniche e formative.
Le stanze da letto erano diventate studi e sale di terapia, gli spazi domestici si erano trasformati in ambienti condivisi. Tuttavia, quando Lois arrivò, la struttura era ormai fatiscente: problemi di sicurezza, impianti obsoleti, difficoltà di riscaldamento e raffreddamento, cavi a vista lungo le pareti.
La ristrutturazione avrebbe richiesto circa due milioni di dollari. Da qui la decisione del consiglio direttivo di cercare una nuova sede. La scelta cadde sull’attuale spazio nel Flatiron District, sviluppato quasi interamente su un unico livello, con tredici studi clinici (contro i nove precedenti) e ambienti progettati esattamente sulle esigenze dell’istituto.
Un cambiamento di secondo ordine
Lo spostamento di sede ha modificato anche la vostra identità come ente sul territorio? Qui siete felici?
Mary Kim Brewster conferma che il cambiamento è stato profondo, quasi un vero e proprio cambiamento di secondo ordine. L’Upper East Side, quartiere storicamente elitario, rappresentava un contesto distante dalla mission dell’istituto, da sempre orientata all’accessibilità e al lavoro sociale.
Trasferirsi a Downtown è stato impegnativo, ma anche rigenerante: più multiculturalità, maggiore varietà professionale, più movimento ed energia. Un luogo in cui è possibile respirare, visualizzare, sentirsi parte di un tessuto urbano vivo e complesso.
New York entra in terapia?
Milano e New York condividono molte caratteristiche: multiculturalità, opportunità, vivacità intellettuale. Ma anche stress, richieste di performance elevate, precarietà lavorativa, relazioni orientate al risultato. Tutti fattori che, nel tempo, possono sfociare in ansia, panico, somatizzazioni, difficoltà relazionali e dipendenze.
Per Mary Kim Brewster, la città entra in terapia esattamente come ogni altro contesto di vita del paziente. L’Ackerman accoglie individui, coppie e famiglie in difficoltà, lavorando sui sistemi relazionali. L’istituto è parte integrante del tessuto sociale e sviluppa progetti che rispondono ai cambiamenti del mondo contemporaneo.
Chi sono gli utenti dell’Ackerman Institute?
L’accesso avviene spesso tramite ricerca online: l’istituto compare tra i primi risultati per “family therapy”. Dopo il primo contatto telefonico, viene valutata l’appropriatezza della richiesta.
Si svolge esclusivamente terapia di coppia e familiare; le richieste individuali vengono inviate ad altri servizi. La maggior parte degli utenti è coperta da assicurazione sanitaria, mentre per gli altri vengono applicate tariffe proporzionate al reddito.
Le sedute possono essere condotte da membri della Faculty o da clinici in formazione post-lauream. Il setting prevede la videoregistrazione delle sedute, modalità nata proprio all’Ackerman e poi diffusa nel modello sistemico.
Non è la diagnosi a determinare l’accoglienza: l’istituto lavora con famiglie che affrontano disturbi mentali gravi, dipendenze, difficoltà scolastiche, conflitti coniugali, adozioni, autismo, depressione, ansia e fobie scolastiche.
Formazione e appartenenza
L’Ackerman Institute è conosciuto in tutto il mondo anche per la formazione dei giovani clinici e per i programmi di scambio internazionale. Gli studenti provengono soprattutto da NYU, Columbia e Hunter College. Il passaparola resta uno dei principali canali di scelta.
Ciò che fa davvero la differenza è la possibilità di formarsi nello stesso luogo in cui si svolge la clinica, aumentando il senso di appartenenza e l’integrazione tra teoria e pratica.
Gli spazi: la circolarità che cura
Al termine dell’intervista, vengo accompagnata in un tour dell’istituto. Gli ambienti sono luminosi, essenziali ma identitari, tutt’altro che asettici. Un corridoio centrale circolare connette tutti gli spazi: reception, sala d’attesa, biblioteca, studi e aule formative.
Un chiaro richiamo al principio della circolarità, cardine della terapia familiare. Le aule mantengono elementi tipici dell’architettura newyorkese, come i mattoni a vista, a metà tra l’eleganza Uptown e il design creativo Downtown.
Incontro studenti intenti a sbobinare sedute e pazienti in attesa. Persone diversissime tra loro. Ed è forse proprio questo il punto.
Come dicono Lois e Kim, nella stanza di terapia è inutile cercare omogeneità o definizioni: ciò che conta è ciò che è immediatamente evidente.
Una famiglia.
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