Ci sono eventi nella vita per i quali non solo non si è pronti, ma a cui non ci si abitua affatto.
Si tenta di integrarli nella quotidianità, in una nuova definizione di sé, nella percezione di un’organizzazione diversa delle nostre relazioni, ma lo sforzo è quasi sempre così titanico da mantenere a lungo lontana l’idea di aver raggiunto un po’ di sollievo.
Perdere qualcuno definitivamente e improvvisamente ha la carica emotiva di un trauma, possiede il suo stesso impatto psicologico e il medesimo potenziale distruttivo e sconvolgente. La morte ci fa paura, il dolore ci pare lancinante e la possibilità di riabilitare la nostra resilienza una condizione che non pensiamo di poter raggiungere.
Eppure di fronte alla crudeltà del corso degli eventi ci si può anche scoprire diversi da come ci si è sempre immaginati, non tanto nel definirsi stereotipicamente “forti”, quanto invece in grado di fronteggiare il caos passo dopo passo.
Questo è ciò che accade allo scrittore Pierric Bailly che, in gioiello letterario simile ad un memoir, ma vicino al romanzo e a tratti anche al racconto noir dal titolo “L’uomo dei boschi” in uscita oggi per Edizioni Clichy, narra la sua esperienza con il lutto del padre, misteriosamente scomparso nella natura boschiva della regione del Jura in Francia, in seguito ad una caduta accidentale occorsa mentre passeggiava come d’abitudine nei luoghi noti e amati.
In realtà la certezza della dinamica dei fatti proclamata dalle autorità e dall’archiviazione delle indagini sul caso non soddisfa Pierric, lasciandolo in balia dei suoi dubbi e del rimuginio depressivo e paranoico di chi non si autorizza ad accogliere la realtà per quella che è, cercando conforto in una spiegazione più logica, più soddisfacente, ineluttabilmente lontana da possibili falsificazioni future.
L’autore, difatti, ci accompagna in una rielaborazione della perdita del genitore attraverso la continua oscillazione tra il punto di vista offerto dalla natura e dal ritrovamento del cadavere nel sottobosco umido e selvatico e il bisogno di esclusione di possibili dubbi comprensibilmente insorti con la scoperta dell’evento a cose ormai fatte.
A dire il vero, in quei primi giorni – com’è facile intuire – ero ossessionato dall’idea di dare un senso a tutto ciò che facevo. Forse era egoista da parte mia, ma ci tenevo a impormi come il garante della sua memoria. Avevo la pretesa di essere colui che lo conosceva meglio, e di gran lunga. Mi sentivo molto vicino a lui. Mi sentivo investito di una missione, volevo che fosse presenta al suo funerale attraverso di me, attraverso ciò che avrei fatto e avrei detto. Tutto doveva funzionare, tutto doveva essere perfetto.
La grazia e la delicatezza con cui Pierric affronta la vicenda sono cognitivamente dissonanti rispetto alla rappresentazione che abbiamo del lutto e del dolore che un figlio è chiamato a sopportare quando un genitore lo lascia per sempre. Emozioni intense, tinte forti, riflessioni polarizzate sul tutto o niente delle qualità della persona cara: ecco cosa porta con sé il vuoto, quel corto circuito creato dall’assenza, l’inspiegabile fallimento di un automatismo affettivo che ora richiede attenzione e concentrazione per rendere consapevoli della novità.
Ci si aspetterebbe la potenza di uno schiaffo in pieno viso a fare da padrone in questo volume, mentre l’effetto che ho provato è stato molto più simile ad una carezza, ad un petalo di un fiore che si posa sul terreno e lascia il tempo di guardarlo e di immaginarne il percorso.
Bailly ha descritto magistralmente quel senso di pudore e di imbarazzo che si prova quando i segreti e l’intimità di un genitore, quantunque adulto e cittadino del mondo, giungono ai denti del nostro pettine: diari, fotografie, amicizie, abitudini, interessi che restituiscono l’immagine di uomo diversa da quella consueta e granitica del padre per come è stato sempre conosciuto.
Non si tratta solo di dover aprire gli armadi di chi non c’è più e di dover decidere se mantenere o eliminare gli effetti personali per sottrarsi ad un’ulteriore sofferenza o per celebrarne la memoria al bisogno.
I primi mesi mi sembrava che non avesse fine. Mi piazzavo di fronte alle librerie e agli armadi spalancati e mi sentivo abbattuto, depresso. Non mi sorprende che alcuni facciano ricorso ad imprese specializzate. Ma io non avevo intenzione di fare una cosa simile. Allora mi ci sono messo poco alla volta, sempre da solo, durante i fine settimana o in brevi periodi di ferie. Come se niente fosse, ho cominciato a vederci un po’ più chiaro.
Non importa se la perdita di un genitore è di per sé un fatto che rientra nell’ordine banale delle cose, come dice Bailly e che siano le circostanze a renderla meno ovvia. Sono sicura che il processo di comprensione e di accettazione della condizione luttuosa passi necessariamente attraverso la dimensione emotiva: grazie alla scena finale magistrale e liberatoria Pierric trova infatti la sua strada e può autorizzarsi a soffrire e a lasciarsi inondare dall’inevitabile dolore, per scoprire una nuova definizione di sé e della sua identità relazionale filiale.
Come afferma Philippe Forest “il lutto richiede sacrificio”, ovvero rende sacra la relazione con chi è morto perché dal dolore provato e finalmente accolto, si passa alla cura del ricordo, vera essenza della perdita.
Per non lasciarmi devastare dal dubbio e dall’emozione, mi appigliavo ai rivoli della narrazione. Tessevo una tela romanzesca per aggrapparmi ai suoi fili. Non dovevo affatto fare uno sforzo, mi sembrava perfino che la tela si tessesse da sola.
Lasciatevi catturare da questo libro, vi commuoverete e rimarrete con il fiato sospeso, ma saprete presto tornare a respirare con più valore e profondità.
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