Quando dare il cellulare ai figli? Lo psicologo della famiglia risponde

Metropolitana di Milano, ore 8.30 di un lunedì qualunque: salgo sulla carrozza e guadagno a fatica un piccolo spazio fisico, assicurandomi di riuscire a respirare tra braccia, borse e ingombri altrui. Eccezion fatta per qualche viaggiatore indisciplinato che tenta di fare conversazione a voce alta con il vicino o che telefona ai familiari lontani sottolineando con gesti enfatici ogni singola emozione, la maggior parte dei compagni di viaggio è in silenzio.

Sonno? Preoccupazioni? Ansie per la giornata lavorativa entrante che occupano i pensieri?

Non mi sento certo di escludere queste possibilità, ma non è necessaria un’analisi sociologica approfondita per realizzare che più della metà dei presenti sta interagendo con uno smartphone, cliccando pulsanti, scorrendo pagine, digitando testi.

Metropolitana di Milano, ore 13.30 di un lunedì qualunque: salgo sulla carrozza e guadagno a fatica un piccolo spazio fisico, assicurandomi di riuscire a respirare tra zaini, cartelle scolastiche, code di cavallo svolazzanti e cartellette di educazione tecnica o disegno. Eccezion fatta per qualche viaggiatore che cerca di leggere il suo libro in santa pace o rilassarsi tra un impegno e l’altro della giornata, la maggior parte dei compagni di viaggio ride, canta, chiacchiera e sì, lo fa prevalentemente urlando.

Banale e prevedibile, starete pensando: i lavoratori sono già stanchi e tristi al mattino, gli studenti hanno più energie e tutto il pomeriggio a disposizione per essere felici, nulla per cui essere impressionati.

Se però osserviamo i ragazzi, ci rendiamo conto che tutto ciò che fanno, dal parlare al ridere insieme fino al prendersi in giro amichevolmente, lo fanno con un dispositivo elettronico in mano, prevalentemente uno smartphone. Mentre chiacchierano scorrono pagine web, quando rispondono alla domanda del compagno stanno mettendo un like ad una foto su Instagram o guardando una live su Facebook o un video su Youtube. La cosa sorprendente è che tutto ciò di cui parlano con gli amici non ha spesso attinenza con la loro attività tecnologica: sono difatti in grado di gestire più processi attentivi e più compiti allo stesso tempo.

La scorsa settimana la trasmissione di RaiTre Presa Diretta si è occupata di Influencer, Social Network e Dipendenze da tecnologia, sottolineando come l’uso e l’esposizione prolungata a Internet, Videogames e strumenti elettronici in generale può condurre ad una finta abilità di multitasking e ad un’assenza della capacità di rispecchiamento emotivo. Secondo gli esperti intervistati e molta della ricerca odierna sul tema, ciò che mancherebbe ai giovani fruitori del progresso tecnologico e della rete sarebbe la capacità di processamento ad un livello profondo e finalizzato, oltre ad adeguati riconoscimento ed espressione delle emozioni nelle relazioni interpersonali.

Tutti fattori che possono esporre non solo a rischi evolutivi, ma anche a quelli propri della rete (cui abbiamo parlato qui e qui).

Per fare chiarezza sull’argomento e provare a costruire un punto di vista personale da utilizzare nella quotidianità, Una Psicologa in Città Milano ha chiesto aiuto al dott. Marco Vassallocollega psicologo e psicoterapeuta familiare, consulente per ATS Milano nelle scuole superiori milanesi e membro di un’equipe di Tutela Minori di alcuni comuni dell’hinterland milanese. La sua attività di formazione nei contesti socio-educativi e la pratica clinica negli studi di Milano e Pavia lo pongono quotidianamente in ascolto delle richieste di figli e genitori alla ricerca di una reciproca comprensione.

Domande al dott. Marco Vassallo, psicologo e psicoterapeuta familiare.

Qual è il ruolo dei dispositivi tecnologici, soprattutto quelli collegati a Internet, in relazione all’età evolutiva e che funzione assolvono? Perché i piccoli non se ne staccherebbero mai? 

Sicuramente in funzione dell’età i dispositivi collegati ad internet ricoprono ruoli molto differenti fra loro. 

Per i più piccoli, a cui sempre più spesso viene consegnato il tablet come sostituto della tv per la visione di cartoni animati, video o per giocare con le App, la funzione principale é quella di gioco e intrattenimento. É evidente che uno strumento che si può toccare, spesso interagendo con l’azione sullo schermo, risulti estremamente attraente agli occhi dei più piccoli, diventando per loro la normalità tanto da rimanere delusi dalla scoperta che lo schermo del televisore non preveda anch’esso una modalità touch. 

Per i più grandi acquista sempre più importanza con l’avanzare dell’età la funzione social dei dispositivi che rimangono connessi e quindi li mantengono sempre collegati all’intero mondo di internet. Quest’ultima considerazione genera molti interrogativi negli adulti, legati alla necessità di gestire tempi e modalità di esposizione al mondo digitale spesso facendo l’errore di considerare il virtuale come disgiunto dalla “vita vera” e non come una parte di questa. Una premessa simile porta subito il dialogo con i ragazzi su posizioni contrapposte che inevitabilmente si scontreranno per decidere chi ha torto e chi ragione. Così un genitore affermerà “mio figlio non ha amici” e il figlio controbatterà “ma se parlo con loro tutto il giorno…” e così via. Se l’obiettivo é aprire un dialogo allora vale la pena di provare a guardare la questione anche con gli occhi dell’altro ascoltandone la posizione e nello stesso tempo aiutando l’altro a capire la propria.

I rischi per lo sviluppo delle facoltà cognitive di cui sentiamo così tanto parlare sono reali?

Nell’ultimo periodo si sta verificando un’inversione di rotta degli esperti in relazione alle principali linee guida sul tema: da un divieto di utilizzo dei dispositivi elettronici per i più piccoli, ora l’attenzione si sta concentrando sulle modalità e sulle funzioni. Questo è avvenuto sicuramente in seguito ad un esame di realtà circa la misura con cui internet e i dispositivi elettronici sono entrati nella vita quotidiana delle famiglie. 

Penso che lo sviluppo tecnologico da sempre ha avuto una inevitabile influenza sull’utilizzo delle facoltà cognitive. Pensate solo a quanto era diverso spostarsi in auto prima dell’avvento del navigatore satellitare. Non credo che oggi le persone abbiano sviluppato un deficit nelle proprie abilità visto-spaziali e di orientamento nello spazio, ma più semplicemente tale funzione è stata “esternalizzata”, potenzialmente liberando delle risorse per fare altro. 

Una buona domanda potrebbe essere cosa sia questo ALTRO e quale utilizzo ne possiamo fare.

Ti pongo un quesito che molto spesso si cela nelle richieste di aiuto che mi giungono nell’attività clinica: a che età è corretto concedere il permesso di utilizzare smartphone, tablet e gli altri dispositivi simili?

Per riuscire a rispondere in modo esauriente a questa domanda penso sia necessario aggiungere altri interrogativi: cosa significa permetterne l’utilizzo, quali sono le abitudini familiari rispetto all’utilizzo di tali dispositivi, qual è l’uso che se ne intende fare? 

In generale possiamo dire che attribuite a smartphone o tablet la funzione di baby sitter é sicuramente sbagliato, anche se difficilmente mi sentirei di esplicitarlo a un genitore che “grazie” a qualche video su YouTube, possibilmente con il parental control attivato, si prende dieci minuti per una doccia. 

Se invece integriamo questa domanda pensando a quando permetterne l’utilizzo da soli la questione si sposta decisamente sull’educazione all’utilizzo del mezzo. Se prima di lasciare le chiavi di casa al figlio, un genitore sente il bisogno di una serie di prove e rassicurazioni sull’autonomia e la responsabilità, penso lo stesso possa valere per internet e la tecnologia. Così diventa necessario del tempo passato insieme, mostrando come utilizzare in modo sicuro e positivo un tablet, chiamando su Skype lo zio lontano, guardando qualche vecchio cartone animato o cercando qualche fotografia degli invertebrati che ha spiegato la maestra a scuola. 

É fondamentale anche spiegare bene cosa significhi (e quanto valga) la privacy propria e degli altri e aiutare i bambini a comprendere quanto grande sia il pubblico delle proprie azioni online. Pubblicare qualcosa su un social, postare una fotografia su una chat, cliccare mi piace ad un commento sono gesti che devono comportare una certa responsabilità.

Quanto conta il divario generazionale nella gestione educativa di questi dispositivi?

Come per ogni novità, il divario generazionale conta in funzione della conoscenza degli strumenti e della capacità di insegnarne un utilizzo sano e consapevole. 

In realtà oggi è facile vedere gli adulti utilizzare internet e i social network in modo ingenuo e pericoloso. Basta pensare alla diffusione delle “bufale” o all’utilizzo dei gruppi su WhatsApp da parte dei genitori di una classe. 

Ad oggi comunque la maggior parte degli adulti che si rivolgono a me, a scuola o privatamente, ha un profilo su uno o più social network, uno smartphone sempre connesso, una consolle, ecc.. 

Diventa quindi evidente che la questione fra genitori e figli si sposta dal SI O NO al COME utilizzare i vari dispositivi. Altrettanto evidente è quindi la necessità di esempi positivi a cui i nostri figli possano ispirarsi.

Hai qualche aneddoto da raccontarci?

Molto spesso mi capita di parlare con ragazzi che lamentano un uso eccessivo dei social network da parte dei genitori. Ricordo in particolare la rabbia di un ragazzo di 14 anni verso la madre che aveva lasciato il suo profilo di Facebook aperto sul pc di famiglia con le chat in cui, a detta del figlio, era evidente che avesse una relazione extraconiugale. Oltre al disappunto per aver scoperto questo segreto era forte anche la delusione nei confronti di quel genitore che più volte lo aveva rimproverato proprio riguardo l’uso di internet e dei giochi online, mettendo in atto esattamente ciò che stava tanto contrastando.

5 consigli da dare agli adulti, non solo genitori, per la gestione del problema

1. Non concentrate tutte le vostre energie sul QUANTO e sul QUANDO, argomenti che in famiglia aprono delle vere e proprie trattative estenuanti, ma prestate molta attenzione al COSA e al COME.

2. Siate aperti al conforto con i nuovi strumenti e informatevi. Per gestire un problema, qualunque esso sia, è necessario guardarlo e conoscerlo, così da poter instaurare un dialogo positivo e caratterizzato dall’uso di un vocabolario simile che non ponga già in partenza una distanza fra le posizioni.

3. Imparate a considerare l’utilizzo di internet e dei vari dispositivi connessi come una parte non separata della vita e dell’educazione di un bambino e di un ragazzo. Una persona educata alle relazioni con gli altri, lo sarà anche all’interno di una chat.

4. Mettetevi in discussione, osservate prima di tutto voi stessi e l’esempio che portate nella vita di tutti i giorni. La prossima volta che risponderete ad un sms guidando chiedetevi cosa direte a vostro figlio quando avrà appena preso la patente.

5. Si confonde spesso il proibire qualcosa con la protezione, quando invece è con l’educazione che si preparano i figli alla vita.

Come di consueto mandare una mail a info@unapsicologaincitta-milano.it o scrivere nella sezione Contatti del blog per entrare in contatto con il dott. Vassallo e farci sapere cosa ne pensate sull’argomento.