Nella clinica psicologica di coppia uno dei primi aspetti a cui si presta attenzione, sia in fase di terapia sia in contesti non di cura, è la modalità con cui i due partner si sono conosciuti e si sono scelti. Da questo particolare incontro nasce un nuovo sistema relazionale, una nuova entità che riduce, almeno in un primo momento, alcune caratteristiche dei singoli e amplifica l’espressione di desideri comuni.
Non ne siamo totalmente consapevoli, ma siamo guidati da schemi relazionali familiari anche nell’individuazione della nostra metà: la possibilità di incontrare un partner reale da far corrispondere al nostro modello interno assomiglia molto a quello che comunemente definiamo colpo di fulmine. Più ci illudiamo di esserci imbattuti nell’altro per caso o per destino e di aver perso completamente la testa perché “è quello giusto”, meno siamo in grado di stare alla larga dal meccanismo di proiezione, in funzione del quale tendiamo ad attribuire all’esterno e all’altro le nostre intenzioni, azioni ed emozioni.
Desiderare, sognare e illuderci un minimo sono azioni che mantengono viva la nostra relazione, così come risulta prezioso per il nostro benessere conservare sempre un po’ di batticuore adolescenziale.
Talvolta, però, proprio in funzione di quel meccanismo proiettivo a cui abbiamo accennato e di una incapacità a vedere realmente l’altro per quello che è, capita che i partner non siano in grado di identificare consapevolmente i limiti di un rapporto affettivo di cui sono parte o addirittura scelgano di adattare i propri bisogni alla forma della relazione che stanno vivendo.
Quando stare con l’altro non è più una libera scelta individuale dettata da emozioni, progetti, bisogno di accudimento e completamento, ma uno stato di necessità che non contempla una posizione personale adulta e autonoma possiamo trovarci in presenza di una condizione di dipendenza relazionale o affettiva.
Come per tutti tipi di dipendenza, che siano da sostanza psicoattiva o da comportamento, non è pensabile sganciarsi dallo schema agito nella quotidianità che pare essere l’unico attuabile e portatore di benessere: per il partner che vive un rapporto di dipendenza dall’altro il fulcro dell’esistenza è rappresentato dalla soddisfazione dei bisogni di quest’ultimo e, in funzione di ciò, dei propri di riflesso. Non esiste più una dignità individuale e le esigenze personali vengono annullate.
La relazione diventa così una vera a propria dipendenza, senza la quale il soggetto si sente perso, e i cui stati e sintomi sono analoghi a quelli di una qualsiasi altra forma di dipendenza, quali la tolleranza, l’astinenza, il craving, più in generale il non poterne fare a meno.
Se in un primo momento questo tipo di relazione pare essere gratificante e sufficiente per sentirsi importanti e amati, ben presto presenta un conto salato da corrispondere: il bilancio tra dare e avere è sempre in negativo, la realizzazione di obiettivi personali non viene più perseguita e l’instabilità con cui si cerca di affrontare la quotidianità va via via aumentando nel tempo.
Non è un caso che coloro che presentano questo tipo di dipendenza incontrino partner che a loro volta hanno sviluppato un problema simile, spesso afferente al mondo delle sostanze stupefacenti, dell’alcol e del gioco d’azzardo. Una struttura di personalità che si annulla per e nell’altro può tollerare maggiormente chi ricerca un oggetto per colmare il vuoto affettivo che sente: si tratta soltanto di una diversità nell’oggetto stesso, non nella modalità.
Parliamo in questo caso di meccanismo di codipendenza (di cui scriverò approfonditamente ancora in questo blog), tanto caro ai partner dei tossicodipendenti e dei giocatori d’azzardo, ma diffuso in molte delle relazioni simbiotiche e involutive esistenti anche tra genitori e figli e tra amici intimi. I problemi dell’altro diventano una giustificazione che legittima il dedicarsi totalmente allo stesso, annullando la possibilità di condurre un’esistenza per sé.
In sintesi, possiamo riconoscere una persona che soffre di dipendenza affettiva dai seguenti sintomi:
- Dedizione totale al partner e annullamento di sé e dei propri bisogni
- Bassa autostima soprattutto in relazione alla possibilità di essere amati, stimati intellettualmente e desiderati sessualmente
- Tendenza ad assumersi le colpe durante conflitti e crisi di coppia
- Alterazioni e oscillazioni dell’umore, con frequenti rabbia e rancore verso il partner e successivi sensi di colpa
- Idealizzazione dell’amato e percezione di benessere al solo stare con lui/lei
- Senso di angoscia e paura dell’abbandono
- Bisogno di controllo del partner nelle azioni e possibilmente anche nei pensieri
- Isolamento sociale e progressiva riduzione delle occasioni di contatto anche a distanza con le persone care e gli amici
- Vergogna e ansia con attacchi di panico all’idea di non piacere all’altro mostrandosi per ciò che si è.
Come è facile immaginare non si tratta soltanto di un attaccamento all’altro che il senso comune tende a definire morboso, quanto piuttosto di uno schema di funzionamento relazionale in grado di modificare profondamente lo stato emotivo e mentale di chi lo mette in atto e di chi lo vive di riflesso.
Guarire dalla dipendenza affettiva non significa staccarsi dalla persona da cui si è dipendenti, bensì acquisire un’autonomia affettiva, un’indipendenza relazionale per cui non ci si deve più chiedere “quando potrò ancora stare bene con lui/lei senza sottomettermi?” ma finalmente affermare “posso stare bene con me stesso e scegliere se stare con qualcuno”.
Quando rabbia, tristezza, senso di soffocamento e impossibilità a condurre una vita sana prendono il sopravvento è il momento di interrompere gli schemi dolorosi e iniziare a pensarsi capaci di nuove azioni quali
- riconoscere di aver messo la propria vita in secondo piano o addirittura averla annullata in favore dell’altro
- accogliere quella sensazione di vuoto affettivo e di abbandono, iniziando a prendere contatto con le parti di sé più dolorose;
- rimettere in gioco il piano emotivo, sforzandosi di considerare tutta la gamma espressiva, dalla tristezza alla rabbia fino alla gioia per qualcosa che riguarda se stessi e non l’altro;
- imparare a riconoscere quali sono le relazioni positive e quali quelle negative, quali quelle in cui si è amati e quelle in cui ci si sente usati;
- prendere coscienza del potere che abbiamo all’interno delle nostre relazioni per poter passare da un ruolo di vittima ad un ruolo di protagonista.
Il solo desiderio di compiere queste azioni può non essere sufficiente e richiedere l’attivazione di un percorso di cura specifico, solitamente di psicoterapia individuale, talvolta affiancato anche da incontri di gruppo, terapeutici o di auto-mutuo-aiuto.
Per tutte le informazioni sul tema, per i riferimenti ai servizi di cura nella città di Milano e per le vostre considerazioni potete scrivermi attraverso la sezione Contatti del blog.
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