La figlia preferita

Morgan Dick, Fazi editore 2026 

Cosa succede quando un uomo, padre di due figlie cresciute in famiglie diverse e con madri diverse decide di voler esercitare anche da morto il suo potere manipolatorio su di loro?

Cosa può accadere di buono quando le due ragazze si trovano costrette a doversi occupare l’una dell’altra attraverso un aut-aut ingannevole?

Mickey, insegnante d’asilo con una grave dipendenza dall’alcol e Arlo, psicoterapeuta all’apparenza equilibrata alle prese con i fantasmi del suo passato professionale, intrecciano le loro storie all’interno della stanza di terapia per scivolare ben presto nei non detti delle vite familiari che non hanno condiviso.

Le due protagoniste mettono in scena due diverse reazioni alla dipendenza da alcol del padre e alla codipendenza delle rispettive madri. Mickey ci si tuffa, si abbandona alla condanna ripetitiva, conosce quel linguaggio e solo attraverso quello riesce (male) ad andare avanti. Arlo, nel suo dover fare i conti con un’eredità che non le viene riconosciuta se non attraverso l’obbligo al prendersi cura della sorella, si muove tra i meccanismi della negazione e dell’evitamento.

L’una abbandonata insieme alla madre da quest’uomo inaffidabile, sempre sul lastrico, incapace di amore e accudimento e l’altra, cresciuta nell’idealizzazione dello stesso padre che sì, talvolta non c’era, talaltra la obbligava ad attese e rinunce, ma rimaneva per lei un esempio e una colonna ben salda di cui doversi occupare fino alla fine, a tutti i costi.

Attraverso un intreccio di trama che strizza l’occhio alla commedia, con incursioni di personaggi secondari a cui viene affidato il ruolo di presenze tutto sommato affidabili, ma rispondenti ai criteri della caricatura ai fini del divertissment, l’autrice urla a gran voce una forma ben specifica di dolore.

Tra rapimenti felini, banchi dei pegni, avvocati dipendenti dal loro lavoro e cartoni animati dai jingle insopportabili, Mickey e Arlo vanno in scena come esiti del processo di apprendimento familiare caratterizzati dalla codipendenza e dalla non protezione.

Con una scrittura scorrevole e al contempo capace di profondità alternata a descrizioni di grotteschi siparietti di vita rocambolesca e surreale, Morgan Dick ci mostra con sapienza e coinvolgimento ciò che in psicoterapia familiare è chiaro da sempre: non sono i membri ad avere un’identità precisa e monolitica, ma le relazioni che si instaurano tra essi, la qualità di questo legame, la forma di attaccamento che ne deriva.

E lo fa in modo credibile, non riducendo la psicoterapia alla pratica di qualche professionista sciroccata e dalla metodologia discutibile, bensì dando valore a concetti come supervisione, riabilitazione, traumi intergenerazionali, episodi di autosvalutazione e occasioni di rinascita.

Con il tempo che la narrazione richiede: quello della verosimiglianza e della credibilità con il mondo reale, seppur al livello dell’ipotetico e dell’inaspettato.

“Lo volevo tutto per me. Il suo tempo, le sue attenzioni, la sua approvazione. E questa faccenda del testamento… i soldi a te… è stata come una minaccia. Più pensavo che ti volesse bene, meno era possibile che ne avesse voluto a me. Così la vedevo. Ed è strano, perché adesso sto cominciando a dubitare se gli sia mai importato davvero di qualcun altro all’infuori di se stesso. E non so più perché a me importa così tanto che a lui importasse, però è così. Non riesco a superarlo. Non c’è la faccio”

Morgan Dick