Michelle e Barack Obama: una comunicazione politica delle emozioni

Sono trascorse poco più di ventiquattro ore dalla conclusione del discorso di addio di Barack Obama alla presidenza degli Stati Uniti d’America e io già mi sento orfana.

Intendiamoci. Non tanto orfana di un leader e delle sue strategie socio-politiche, poiché, nonostante parte del mio cuore sia tuttora oltreoceano, non ho la pretesa di comprendere a fondo cosa significhi crescere in un territorio dove progresso e apertura mentale per antonomasia sono collocate quasi solo ai suoi estremi est e ovest, mentre il resto vive con una rivoltella nel cassetto accanto alla Bibbia e pone fine alla vita altrui con delle sentenze in Tribunale.

No, non si tratta solo dei contenuti portati avanti da una presidenza democratica che ho amato, condiviso e stimato fieramente, bensì della sua presenza sulla scena, della sua allure, della sua comunicazione.

Come House of Cards avrà insegnato a molti, dietro ad ogni singolo intervento pubblico, nota scritta, comunicato stampa, post sui social attribuito al Presidente e in genere ad ogni leader del suo calibro, è nascosto uno staff che si occupa della redazione di queste forme espressive, anche dal punto di vista non verbale.

Scelta accurata delle parole, del registro linguistico da impiegare, del ritmo e del tono della voce, della prossemica e dei gesti che accompagnano l’eloquio sono frutto di analisi specifiche degli indici di consenso tra la popolazione e di preparazioni a tavolino. Nulla è lasciato al caso.

Ma per quanto ogni uomo possa esercitarsi, tentare di recitare una parte, sottolineare alcuni punti di forza della propria espressività, è innegabile che quella innata marcia in più data dal carisma e dalla capacità di ammaliare e portare gli altri ad ascoltare faccia la differenza.

Ecco, io credo che nel caso di Obama, questa luce personale che molte volte abbiamo visto non sia solo un suo talento, ma più probabilmente abbia acquistato maggiore intensità grazie ad una ben precisa proposta di sé come uomo, padre e soprattutto marito. La presenza di una First Lady come quella che lo ha accompagnato per due mandati non è stata solo di facciata, ma ha veicolato un messaggio chiaro e diretto ai suoi sostenitori.

Ha costruito la realtà della sua presidenza, del suo programma politico e della sua figura inserendosi all’interno di un sistema familiare che è stato in grado di farsi portavoce del suo messaggio di cambiamento e non stiamo qui dissertando sulla condivisione o meno dello stesso.

Come sostenevo in apertura, ciò che mancherà del primo presidente di colore della storia statunitense ha a che fare con le precise scelte sul piano comunicativo, con l’approccio psicologico al problema. Ne sono un esempio il già citato addio del presidente, l’ultimo discorso di Michelle come First Lady e un’intervista di coppia alla Casa Bianca prima di Natale per la rivista americana People.

In questi momenti pubblici formali e non, gli Obama scelgono messaggi di speranza per il futuro partendo dal presente, si rivolgono trasversalmente a tutte le fasce della popolazione, non giocano mai sul fattore paura e non sottolineano la gravità delle colpe di un popolo o di una nazione, come ad esempio nella lotta al terrorismo, ma puntano sulla valorizzazione delle azioni compiute.

Decidono di evidenziare il tema della costruzione di personalità eccellenti e al servizio della nazione attraverso l’educazione; puntano sui giovani per creare un mondo più vivibile e ricco di opportunità per chiunque; parlano di lotta la razzismo in tutte le sue forme non soltanto agendola, ma incarnandola addirittura.

Mantengono il livello comunicativo su un piano umano, accessibile a tutti, permettendo un’identificazione e un senso di appartenenza; raccontano delle loro figlie valorizzandole e riconoscendone un’indipendenza e una responsabilità futura, non solo lodandone la pazienza e la bellezza.

Parlano al cuore delle persone, la loro comunicazione è estremamente emotiva e puntano a coinvolgere in prima persona gli ascoltatori attraverso la dimensione umana. Restituiscono un’immagine di coppia alla pari, guidata dagli stessi ideali e vincente proprio grazie alla loro sinergia.

Non criticano, non incolpano e non usano retorica (sempre che il marchio di fabbrica in USA lo permetta!).

Come direbbero molti esperti di comunicazione aziendale e applicata alle vendite, hanno sempre mostrato un grande perché, ovvero hanno dato priorità alle motivazioni e ai valori, scegliendo di far passare solo in secondo piano il come.

E, nonostante le battaglie perse e i cambiamenti auspicati che non hanno avuto luogo del tutto, hanno chiuso il cerchio della loro opera politica e comunicativa lasciando un segno indelebile nella storia americana e mondiale.

“Yes we can, yes we did. Yes, we can”

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