Ho un ricordo stampato nella mente dei suoi occhi verdissimi e della sua chioma blu ottanio; indossava un mantello che ne nascondeva la figura e un cappuccio da cui sbucavano labbra sempre lucenti, disegnate alla perfezione in un cuore ammaliante.
Era Milady, l’antagonista del cartone animato della mia infanzia, in cui tutti erano buoni e gentili, valorosi e impavidi fino alla morte, votati alla protezione della corona e alla negazione di ogni tipo di sotterfugio, tradimento, violenza o manipolazione che non fosse appannaggio dei cattivi contro i buoni.
Mi sono approcciata alla lettura di questo romanzo, con la testa colma di ricordi nitidi, ma anche di versioni edulcorate, di narrazioni maschiliste e antistoriche.
Non avevo ben chiaro quanto quella ‘ripulitura’ destinata ai bambini degli anni ‘80 e ‘90 fosse orientata esclusivamente a colpevolizzare la donna: rea di essere furba, manipolatrice, arrivista e, per definizione, strega.
Per mia fortuna, tra queste pagine ho trovato altro. Mi sono persa nel dolore e nella violenza subiti da una donna che ha dovuto diventare grande e scaltra troppo presto; una donna che ha tentato di fidarsi del mondo e degli uomini, senza contare su di essi per un solo istante.
Con ogni illusione vanificata e ogni speranza resa sterile, Milady si è mossa in una geografia europea che ne scandisce le fasi della vita e gli incontri con uomini alle prese con le loro più recondite paure e indicibili segreti; uomini che sanno salvarsi solo schiacciando i più deboli. Deboli non per indole o natura, ma resi tali da etichetta, dalla classe sociale e dal genere.
Ho letto e ascoltato questa storia trattenendo il respiro, sperando che l’epilogo portasse sollievo, anche solo simbolico, a chi in questa donna aveva visto una fonte di forza e un esempio; alla me lettrice che stava dalla sua parte. Eppure ne sono uscita svuotata, provando rabbia e disgusto, compassione e una profonda tristezza.
Dalla violenza subita nasce una persona che porta con sé una ferita indelebile: un monito sul suo destino, sulla sua condizione di inferiorità e della paura costante di dover guardare le spalle.
Certo, assumendo il punto di vista di D’Artagnan tutto sembra più netto e il giudizio vira verso una connotazione di tutt’altro segno. Ma ecco una pletora di uomini che professano il bene, schierati a giudicare una sola donna che tenta di salvarsi come estremo atto vitale.
La giustizia da un lato, la disperazione dall’altro.
Eppure no, l’amore per la leggenda dei Moschettieri del re e per il mio adorato Dumas non basta a convincermi. Non riesce a calare di nuovo quel velo che ormai si è sollevato sull’ingiustizia, sul raccapriccio e su quel bisogno ancestrale di far tacere l’universo femminile solo perché sconosciuto.
Quei capelli verdi e blu non li scorderò mai, soprattutto ora che, nella variante bionda della narrazione letteraria dell’autrice, mi ha svelato una storia di persecuzione e tenacia che proprio non mi aspettavo.
Vi siete impadroniti del mio nome per ricrearli un involucro perfettamente adeguato alle vostre fantasie, ma non avevate il diritto di uccidermi.
Il cuore mi batteva, il sangue mi scorreva nelle bene, il petto mi si gonfiava di voglie e di speranze a ogni respiro la mia pelle invocava le carezze e il sesso mi faceva palpitare di piacere.
Avevo venticinque anni.
Ero donna.
Ero madre.
Ero al servizio della Francia.
E volevo vivere.Adélaïde de Clermont-Tonnerre
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